Gli occhiali d'oro imdb 0093453

 

 

Sherlock Holmesin paluu äänikirja, Kultasankaiset silmälasit. LATEST HEADLINES. Box Office: Ford v Ferrari' Dashing to No. 1 While 'Charlie's Angels' Flounders 16 November 2019, Variety - Film News; Disney Plus Will Make 'The Simpsons' Available in Original Uncropped Format in Early 2020.

 

In this tragic romance set in Ferrara, Italy in 1938, and at a nearby seaside resort, a wealthy Jewish boy is thwarted in marrying the girl he loves when Mussolini's race laws (enacted to cement the regime's growing alliance with Germany) take effect. Rather than suffer as a Jewess, his intended. Tartuin Conan Doylen Sherlock Holmes -kertomuksiin pitkästä aikaa ja päätin lukea ne nauhalle äänikirjoiksi, jos niistä olisi iloa muillekin. On ollut kiva h. Alkuteos: Kadonnut kilpahevonen. Sherlock Holmesin seikkailut III. Kirj. ARTHUR CONAN DOYLE. Englanninkielestä suomentanut O. E. Juurikorpi. WSOY, Porvoo, 19. Sherlock Holmesin Seikkailuja I (Finnish Edition. Kindle edition by Arthur Conan Doyle. Download it once and read it on your Kindle device, PC, phones or tablets. Use features like bookmarks, note taking and highlighting while reading Sherlock Holmesin Seikkailuja I (Finnish Edition.

Vertaa silmälaseja, Hinnat ja tuotetiedot. Sherlock Holmesin seikkailut (televisiosarja. Want to watch this again later. Kultasankaiset silmälasit - äänikirja - Duration. Visit to a Small Planet 1960 Jerry Lewis Full Length Comedy Movie - Duration. Janne Marleh. Gli occhiali d'oro (1987. Release Info. Sherlock Holmesin seikkailut: Keltaiset kasvot - äänikirja. Sherlock Holmesin seikkailut (engl. The Adventures of Sherlock Holmes) on nimitys joukolle brittiläisen televisioyhtiö Granadan vuosina 1984-1994 tuottamia Sherlock rsinaisesti vain kahta ensimmäistä sarjaa esitettiin Sherlock Holmesin seikkailut-nimellä.Nimiroolia sarjassa esitti Jeremy Brett.

LATEST HEADLINES. Stephen Moore, Hitchhiker's Guide to the Galaxy' Android, Doctor Who' Actor, Dies at 81 13 October 2019, Variety - TV News 'Joker' Repeats at #1, Addams Family' Solid in Second and 'Parasite' Feasts.

 

 


 

 

Theatrical Spanish Language Download Cinema Gli Occhiali d'oreilles. Theatrical Spanish Language Download Cinema Gli Occhiali d or les. Giorgio bassani gli occhiali d'oro - SlideShare, Trame sonore du film Gli Occhiali d'Oro («Les lunettes d'or) d' Ennio Morricone Trama della pellicula Gli Occhiali d'Oro di Ennio Morricone Soundtrack from movie Gli Occhiali d'Oro by Ennio, Giorgio bassani gli occhiali d'oro 1. Giorgio Bassani Gli occhiali d'oro. L'edizione qui riprodotta è quella definitiva del Romanzo di Ferrara, Mondadori 1980. The Gold Rimmed Glasses (1987) — The Movie Database (TMDb) Gli occhiali d'oro (1987. Uno scrive parole e dopo mille anni ci saranno persone che continueranno a leggerle e ad amarle. Tratto dall'omonimo romanzo di Giorgio Bassani "Gli occhiali d'oro" è un film del 1987 diretto. Gli occhiali d'oro (internationally released as The Gold Rimmed Glasses) is a 1987 Italian drama film directed by Giuliano Montaldo, starring Philippe Noiret, Rupert Everett and Valeria Golino. Set in Ferrara and in a nearby seaside resort in 1938, the plot follows a Jewish student and a homosexual doctor who suffer persecution in Fascist Italy. Gli Occhiali d'Oro. The Gold Rimmed Glasses.

Theatrical Spanish Language Download Cinema Gli Occhiali d'or paris.

 


 

 

Gli occhiali d& 39;oro trama. Topo con gli occhiali zecchino d'oro. 2019 ARRIVO! 2019forever.

 

Gli occhiali d'or paris. Razzismo centrale. Gli occhiali d& 39;oro pdf. Li è apparsa l'etichetta magicamente 0:10. Gli occhiali d'oro: Il romanzo di Ferrara by Giorgio Bassani. Like per chi L ascolta nel 2019. 30.01.2019 GLI OCCHIALI D'ORO di Giuliano Montaldo - E' difficile scrivere una lettera d'amore. Li piace molto a mio fratello. Che bello il gatto bianco e anche il gatto nero mi chiamo Esmeralda casella.

Musik top pop dansa. Che bella. Infanzia 😍😍😍😍. Ma perché non era un gatto bianco ma nero 🤔. Un coccodrillo vero Un vero alligatore Ti ho detto che l'avevo E l'avrei dato a te Ma i patti erano chiari Un coccodrillo a te E tu dovevi dare Un gatto nero a me Volevo un gatto nero, nero, nero Mi hai dato un gatto bianco Ed io non ci sto più Volevo un gatto nero, nero, nero Siccome sei un bugiardo Con te non gioco più Non era una giraffa Di plastica o di stoffa Ma una in carne ed ossa E l'avrei data a te Ma i patti erano chiari Una giraffa a te E tu dovevi dare Un gatto nero a me Volevo un gatto nero, nero, nero Mi hai dato un gatto bianco Ed io non ci sto più Volevo un gatto nero, nero, nero Siccome sei un bugiardo Con te non gioco più Un elefante indiano Con tutto il baldacchino L'avevo nel giardino E l'avrei dato a te Ma i patti erano chiari Un elefante a te E tu….

Gli occhiali d'oro libro.

 

 

 


 

100000 dislike hahahaa. Musik top pop dansa. Mi ricorda la mia infanzia... Che bella. Il film è fedele al libro. Fdde zz. Me lo prendo volentieri io quel gattino bianco. Mi piace. Io voglio un cane. IO VOLEVA IGUALE IO CHE 3 GATTI NERO 🐱🐱🐱🐱🐱🐱🐱🐱🐱🐱🐱🐱. LIKE SI LA MUSICA E MELHO PENME E MELHO CHI TUTI MUSICA 🐱🐱🐊🐊. Non e una canzone razzista. Tutto è cominciato da un bambino che ha sentito da qualcun altro che se ti passa un gatto nero davanti succede qualcosa di male. E allora il bambino volevo un gatto nero per far vedere a tutti che pure i gatti neri sono gatti. Se era una canzone razzista avrebbe scelto il gatto bianco no? E poi,proprio per non intendersi che sia una canzone razzista ha detto alla fine, Il gatto me lo tengo e non do niente a te. Unaltra cosa per quale è stata fatta questa canzone è per imparare ai bambini di tenersi le proprie promesse.

Gozzilla. Splendido film di un regista poco ricordato, Giuliano Montaldo. Spiace vedere che il cinema italiano - e non parlo solo della componente artistica, ma anche di quella produttiva - non sia più in grado di produrre opere di questa finezza e scorrevolezza narrativa (non a caso oggi i registi devon emigrare per potersi concedere cast di livello internazionale come quello di questo film. Complimenti per la bella e raffinata scelta delle altre pellicole del canale, molte delle quali condannate a marcire negli archivi dai c.d. legittimi proprietari dei diritti.

I can't understand anything about this song but this song sounds great. A me non piace molto questa canzone, perchè siccome non gli ha dato un gatto bianco non vuole quello nero... 🐱. Thank you so much for this and for the subtitles. The only other place I could watch this was dubbed in German with no subtitles. Thanks again.

 

 

 


 

 

Gli occhiali d'oro Download. Gli occhiali d'oro download torrent 2015. Gli occhiali d'oro download torrent youtube. Gli occhiali d'oro Download torrentz. Gli occhiali d'oro Download torrent freak. Gli occhiali d'oro Download torrent divx. Gli occhiali d'oro download torrent pc. Gli occhiali d'oro Download torrents. Gli occhiali d'oro download torrent download. Gli occhiali d'oro Download torrent finder. (Gli occhiali) hindi dubbed download Watch Online Streamplay. Here. GLI OCCHIALI D'OROtvHBO2018,TVlivesteam:Watchonline} WaTch gli occhiali 2018 ONLinE IMDB.

Gli occhiali d'oro Download torrent. Gli occhiali d'oro download torrent gratis. Successfully reported this slideshow.... Published on Jul 5, 2014 Giorgio bassani gli occhiali d'oro 1. Giorgio Bassani Gli occhiali d'oro. L'edizione qui riprodotta è quella definitiva del Romanzo di Ferrara, Mondadori 1980. Copyright 1970 Arnoldo Mondadori Editore S. p. A., Milano. 2. Indice Gli occhiali d'oro.................................................................................................................................. 1 1........................................................................................................................................................... 3 2........................................................................................................................................................... 5 3........................................................................................................................................................... 7 4.......................................................................................................................................................... 10 5......................................................................................................................................................... 13 6......................................................................................................................................................... 15 7......................................................................................................................................................... 18 8......................................................................................................................................................... 22 9......................................................................................................................................................... 25 10....................................................................................................................................................... 29 11....................................................................................................................................................... 33 12....................................................................................................................................................... 36 13....................................................................................................................................................... 39 14....................................................................................................................................................... 43 15....................................................................................................................................................... 46 16....................................................................................................................................................... 50 17....................................................................................................................................................... 52 18....................................................................................................................................................... 55 3. 1 Il tempo ha cominciato a diradarli, eppure non si può ancora dire che siano pochi, a Ferrara, quelli che ricordano il dottor Fadigati (Athos Fadigati, sicuro - rievocano -, l'otorinolaringoiatra che aveva studio e casa in via Gorgadello, a due passi da piazza delle Erbe, e che è finito così male, poveruomo, così tragicamente, proprio lui che da giovane, quando venne a stabilirsi nella nostra città dalla nativa Venezia, era parso destinato alla più regolare, più tranquilla, e per ciò stesso più invidiabile delle carriere…). Fu nel '19, subito dopo l'altra guerra. Per ragioni di età, io che scrivo non ho da offrire che una immagine piuttosto vaga e confusa dell'epoca. I caffè del centro rigurgitavano di ufficiali in divisa; ogni momento lungo corso Giovecca e corso Roma (oggi ribattezzato corso Martiri della Libertà) passavano camion sventolanti di bandiere rosse; sulle impalcature che ricoprivano la facciata in costruzione del palazzo delle Assicurazioni Generali, di fronte al lato nord del Castello, era steso un enorme, scarlatto telone pubblicitario, che invitava amici e avversari del socialismo a bere concordi l'APERITIVO LENIN; le zuffe fra contadini e operai massimalisti da una parte, ed ex combattenti dall'altra, scoppiavano quasi ogni giorno… Questo clima di febbre, di agitazione, di distrazione generale, entro cui si svolse la prima infanzia di tutti coloro che sarebbero diventati uomini nel ventennio successivo, dovette in qualche modo favorire il veneziano Fadigati. In una città come la nostra, dove i giovani di buona famiglia riluttarono più che in qualunque altro luogo a ritornare dopo la guerra alle professioni liberali, si capisce come avesse potuto mettere radici senza quasi farsi notare. Fatto sta che nel '25, quando la scalmana anche da noi cominciò a placarsi, e il fascismo, organizzandosi in grande partito nazionale, fu in grado di offrire vantaggiose sistemazioni a tutti i ritardatari, Athos Fadigati era già solidamente impiantato a Ferrara, titolare di un magnifico ambulatorio privato, e per di più direttore del reparto orecchio-naso-gola del nuovo Arcispedale Sant'Anna. Aveva incontrato, come si dice. Non più giovanissimo, e con l'aria, già allora, di non esserlo mai stato, piacque che fosse venuto via da Venezia (lo raccontò una volta lui stesso) non tanto per cercare fortuna in una città non sua, quanto per sottrarsi all'atmosfera angosciosa di una vasta casa sul Canal Grande nella quale aveva visto spegnersi in pochi anni ambedue i genitori e una sorella molto amata. Erano piaciuti i suoi modi cortesi, discreti, il suo evidente disinteresse, il suo ragionevole spirito di carità nei confronti dei malati più poveri. Ma prima ancora che per queste ragioni, dovette raccomandarsi per come era: per quegli occhiali d'oro che scintillavano simpaticamente sul colorito terreo delle guance glabre, per la pinguedine niente affatto sgradevole di quel suo grosso corpo di cardiaco congenito, scampato per miracolo alla crisi della pubertà e sempre avvolto, anche l'estate, di soffici lane inglesi (durante la guerra, a causa della salute, non aveva potuto prestar servizio che nella censura postale). In lui ci fu di sicuro, insomma, a prima vista, qualcosa che subito attrasse e rassicurò. Lo studio di via Gorgadello, dove riceveva dalle quattro alle sette di ogni pomeriggio, completò più tardi il suo successo. Si trattava di un ambulatorio davvero moderno, come fino allora a Ferrara nessun dottore ne aveva mai avuto di uguali. Fornito di un impeccabile gabinetto medico che quanto a pulizia, efficienza, e perfino ampiezza, poteva esser paragonato soltanto a quelli del Sant'Anna, si fregiava oltre a ciò di ben otto stanze dell'attiguo appartamento privato come di altrettante salette d'aspetto per il pubblico. I nostri concittadini, specie quelli socialmente più ragguardevoli, ne furono abbagliati. Divenuti all'improvviso insofferenti del disordine pittoresco, se si vuole, ma troppo familiare e in fondo equivoco, nel quale gli altri tre o quattro anziani specialisti locali continuavano a ricevere le rispettive clientele, se ne commossero come per un omaggio particolare. Dove erano, da Fadigati - non si stancavano mai di ripetere -, le interminabili attese ammucchiati l'uno sull'altro come bestie, ascoltando attraverso le fragili pareti divisorie voci più o meno remote di famiglie quasi sempre allegre e numerose, mentre, alla fioca luce di una lampadina da venti candele, l'occhio non aveva da posarsi, scorrendo lungo i tristi muri, che su qualche NON SPUTARE! di maiolica, qualche 4. caricatura di professore universitario o di collega, per non parlare di altre immagini anche più melanconiche e iettatorie di pazienti sottoposti a enormi clisteri davanti a un intero collegio accademico, o di laparatomie a cui, sogghignando, provvedeva la Morte stessa travestita da chirurgo? E come poteva essere accaduto, come!, che si fosse sopportato fino allora un simile trattamento da Medio Evo? Andare da Fadigati costituì ben presto, più che una moda, una vera e propria risorsa. Specie nelle sere d'inverno, quando il vento gelido si infilava fischiando da piazza Cattedrale giù per via Gorgadello, era con schietta soddisfazione che il ricco borghese, infagottato nel suo cappottone di pelliccia, prendeva a pretesto il più piccolo mal di gola per imbucare la porticina socchiusa, salire le due rampe di scale, suonare il campanello dell'uscio a vetri. Lassù, oltre quel magico riquadro luminoso, alla cui apertura presiedeva un'infermiera in camice bianco sempre giovane e sempre sorridente, lassù lui trovava termosifoni che andavano a tutto vapore, come non dico a casa propria, ma nemmeno, quasi, al Circolo dei Negozianti o a quello dell'Unione. Trovava poltrone e divani in abbondanza, tavolinetti sempre forniti d'aggiornatissima carta stampata, abat-jours da cui si effondeva una luce bianca, forte, generosa. Trovava tappeti che quando uno si fosse stancato di rimanere lì, a sonnecchiare al calduccio o a sfogliare le riviste illustrate, lo invogliavano a passare da un salotto all'altro guardando i quadri e le stampe, antichi e moderni, attaccati fitti fitti alle pareti. Trovava infine un medico bonario e conversevole, che mentre lo introduceva personalmente «di là» per esaminargli la gola, pareva soprattutto ansioso, da quel vero signore che anche era, di sapere se il suo cliente avesse avuto modo di ascoltare alcune sere prima, al Comunale di Bologna, Aureliano Pertile nel Lohengrin; oppure, che so?, se avesse visto bene, appeso a quella data parete di quel dato salotto, quel tale De Chirico o quel tale «Casoratino», e se gli fosse piaciuto quel talaltro De Pisis; e faceva poi le più alte meraviglie se il cliente, a quest'ultimo proposito, confessava non soltanto di non conoscere De Pisis, ma di non aver mai saputo prima d'allora che Filippo De Pisis fosse un giovane, molto promettente pittore ferrarese. Un ambiente comodo, piacevole, signorile, e perfino stimolante per il cervello, in conclusione. Dove il tempo, il dannato tempo che è sempre stato dappertutto il gran problema della provincia, passava che era un piacere. 5. 2 Non c'è nulla più dell'onesta pretesa di mantenere distinto nella propria vita ciò che è pubblico da ciò che è privato, che ecciti l'interesse indiscreto delle piccole società perbene. Cosa mai succedeva di Athos Fadigati dopo che l'infermiera aveva chiuso la porta a vetri dell'ambulatorio dietro le spalle dell'ultimo cliente? Il non chiaro, o per lo meno poco normale impiego che il dottore faceva delle sue serate, contribuiva a stimolare di continuo la curiosità nei suoi riguardi. Eh sì, in Fadigati c'era un che di non perfettamente comprensibile. Ma anche questo piaceva, in lui, anche questo attirava. Le mattine tutti lo sapevano come le passava, e sulle mattine nessuno aveva niente da dire. Alle nove era già all'ospedale, e fra visite e operazioni (perché operava, anche: non c'era giorno che non gli capitasse un paio di tonsille da togliere o una mastoide da scalpellare), tirava avanti di seguito fino all'una. Dopodiché, fra l'una e le due, non era raro incontrarlo mentre risaliva a piedi corso Giovecca col pacchetto del tonno sott'olio o dell'affettato appeso al mignolo, e col «Corriere della Sera» che gli spuntava dalla tasca del soprabito. Dunque pranzava a casa. E siccome la cuoca non ce l'aveva, e la donna a mezzo servizio che gli teneva puliti casa e studio si presentava soltanto verso le tre, un'ora prima dell'infermiera, doveva essere lui stesso, storia in fondo già bizzarra abbastanza, a prepararsi l'indispensabile piatto di pastasciutta. Anche per cena lo avrebbero atteso invano negli unici ristoranti cittadini che, a quell'epoca, fossero giudicati di un certo decoro: da Vincenzo, dalla Sandrina, ai Tre Galletti; e neppure da Roveraro, in vicolo del Granchio, la cui cucina casalinga richiamava tanti altri scapoli di mezza età. Ma ciò non significava affatto che mangiasse in casa come al mattino. In casa non doveva restarci mai, la sera. A passare verso le otto, otto e un quarto, da via Gorgadello, era facile coglierlo proprio nel momento che usciva. Indugiava un attimo sulla soglia, guardando in alto, a destra, a sinistra, come incerto del tempo e della direzione da prendere. Infine si avviava, mescolandosi al fiume di gente che a quell'ora, d'estate come d'inverno, sfilava adagio davanti alle vetrine illuminate di via Bersaglieri del Po come lungo le Mercerie veneziane. Dove andava? In giro, a zonzo qua e là, apparentemente senza una meta precisa. Dopo un'intensa giornata di lavoro gli piaceva certo sentirsi tra la folla: la folla allegra, vociante, indifferenziata. Alto, grosso, col cappello a lobbia, i guanti gialli, nonché, se era inverno, col pastrano foderato di opossum e col bastone infilato nella tasca destra, dalla parte del manico, fra le otto e le nove di sera poteva esser visto in qualsiasi punto della città. Ogni tanto si aveva la sorpresa di scorgerlo fermo, di fronte alla vetrina di qualche negozio di via Mazzini e di via Saraceno, che guardava, attento, sopra la spalla di chi gli stava davanti. Spesso sostava accanto alle bancarelle di chincaglierie e di dolciumi disposte a decine lungo il fianco meridionale del duomo, o in piazza Travaglio, o in via Garibaldi, fissando senza dir motto l'umile merce esposta. In ogni caso, erano gli angusti e gremiti marciapiedi di via San Romano quelli che Fadigati batteva di preferenza. A incrociarsi con lui sotto quei portici bassi, dove stagnava un acre sentore di pesce fritto, di salumi, di vini e di filati da poco prezzo, ma pieni soprattutto di folla, donnette, soldati, ragazzi, contadini ammantellati, eccetera, faceva meraviglia il suo occhio vivo, allegro, soddisfatto, il vago sorriso che gli spianava il volto. «Buona sera, dottore! », qualcuno gli gridava dietro. Ed era un miracolo se udiva, se, trasportato già lontano dalla corrente, si voltava a rispondere al saluto. Riappariva soltanto più tardi, dopo le dieci, in uno dei quattro cinema cittadini: l'Excelsior, il Salvini, il Rex e il Diana. Ma anche qui, ai posti di galleria, dove le persone distinte si ritrovavano sempre fra loro come in un salotto, preferiva gli ultimi posti di platea. E quale imbarazzo per le persone distinte vederlo là di sotto, così ben vestito, confuso in mezzo alla peggiore «teppa 6. popolare»! Era proprio di buon gusto - sospiravano, volgendo accorati gli sguardi altrove -, ostentare fino a quel segno lo spirito di bohème? È abbastanza comprensibile perciò che verso il '30, quando Fadigati aveva già una quarantina d'anni, non pochi cominciassero a pensare che gli occorresse al più presto prendere moglie. Se ne sussurrava fra pazienti, a poltrone accostate, nelle salette medesime dell'ambulatorio di via Gorgadello, in attesa che l'ignaro dottore si affacciasse dalla porticina riservata alle sue periodiche apparizioni, e invitasse a passare «di là». Se ne accennava più tardi a cena, fra mogli e mariti, badando che la figliolanza, col naso nella minestra e le orecchie dritte, non riuscisse a indovinare a chi ci si riferiva. E ancora più tardi, a letto - ma qui parlandone senza più ritegno -, l'argomento aveva abitualmente già invaso cinque o dieci minuti di quelle care mezze ore, sacre alle confidenze e agli sbadigli sempre più prolungati, che precedono di norma lo scambio dei baci e dei «buona notte» coniugali. Ai mariti come alle mogli sembrava assurdo che un uomo di quel valore non pensasse una volta per tutte a mettere su famiglia. A parte l'indole magari un po' «da artista», ma nel complesso così seria e quieta, quale altro laureato ferrarese di qua dai cinquanta poteva vantare una posizione migliore della sua? Simpatico a tutti, ricco (eh sì: per guadagnare, ormai guadagnava quello che voleva! ); socio effettivo dei due maggiori Circoli cittadini, e perciò accetto in pari grado tanto alla media e piccola borghesia delle professioni e delle botteghe quanto all'aristocrazia, con o senza blasone, dei patrimoni e delle terre; provvisto perfino della tessera del Fascio che, sebbene lui si fosse sommessamente dichiarato «apolitico per natura», il Segretario Federale in persona aveva voluto dargli a tutti i costi: cos'è che gli mancava, adesso, se non una bella donna da portare ogni domenica mattina a San Carlo o in duomo, e la sera al cinematografo, impellicciata e ingioiellata come si conviene? E perché mai non si dava un po' d'attorno per trovarne una? Forse, ecco, forse era assorbito dalla relazione con qualche donnetta inconfessabile, tipo sarta, governante, serva, eccetera. Come succede a molti medici, forse gli piacevano soltanto le infermiere: e appunto per questo, chissà, quelle che di anno in anno passavano per il suo studio erano sempre talmente carine, talmente procaci! Ma anche ammettendo che le cose stessero davvero in questi termini (e d'altra parte era curioso che sull'argomento non fosse mai trapelato nulla di preciso! ), per qual motivo non si sposava? Voleva proprio fare anche lui la fine che aveva fatto ai suoi tempi il dottor Corcos, l'ottantenne primario dell'ospedale, il più illustre dei medici ferraresi, il quale, secondo quanto si raccontava, dopo avere amoreggiato per anni con una giovane infermiera, a un certo punto era stato costretto dai familiari di lei a tenersela per tutta la vita? E in città fervevano già le ricerche della ragazza davvero degna di diventare la signora Fadigati (ma questa non persuadeva per una ragione, quella per un'altra: nessuna pareva mai abbastanza adatta al solitario diretto a casa che certe notti, uscendo tutti assieme dall'Excelsioro dal Salvini in piazza delle Erbe, era dato scorgere a un tratto laggiù, in fondo al Listone, un momento prima che sparisse dentro la buia fenditura laterale di via Bersaglieri del Po…): quand'ecco, non si sa da chi messe in giro, cominciarono a udirsi strane, anzi stranissime voci. «Non lo sai? Mi risulta che il dottor Fadigati è…» «Sta' a sentire la novità. Conosci mica quel dottor Fadigati, che abita in Gorgadello, quasi all'angolo con Bersaglieri del Po? Ebbene, ho sentito dire che è…» 7. 3 Un gesto, una smorfia bastavano. Bastava anche dire che Fadigati era «così», che era «di quelli». Ma talvolta, come succede a parlare di argomenti indecorosi, e dell'inversione sessuale in ispecie, c'era chi ricorreva sogghignando a qualche parola del dialetto, che anche da noi è sempre tanto più cattivo in confronto alla lingua dei ceti superiori. Per poi aggiungere non senza malinconia: «Eh già. » «Ma che tipo, in fondo. » «Come abbiamo potuto non pensarci prima? » In genere, però, quasi non fossero troppo scontenti di essersi accorti del vizio di Fadigati con tanto ritardo (per rendersene conto avevano impiegato più di dieci anni, figurarsi! ), ma anzi, fondamentalmente rassicurati, in genere sorridevano. In fondo - esclamavano, alzando la spalla -, per qual motivo non avrebbero dovuto riconoscere anche nell'irregolarità più vergognosa lo stile dell'uomo? Ciò che li persuadeva maggiormente all'indulgenza nei riguardi di Fadigati, e, dopo il primo moto di allarmato sbigottimento, quasi all'ammirazione, era appunto il suo stile, intendendo per stile in primo luogo una cosa: la sua riservatezza, il palese impegno che aveva sempre messo e continuava tuttavia a mettere nel dissimulare i suoi gusti, nel non dare scandalo. Sì - dicevano -: adesso che il suo segreto non era più un segreto, adesso che tutto era chiaro, si era capito finalmente come comportarsi, con lui. Di giorno, alla luce del sole, fargli tanto di cappello; la sera, anche a essere spinti ventre contro ventre dalla calca di via San Romano, mostrare di non conoscerlo. Come Fredric March nel Dottor Jekyll, il dottor Fadigati aveva due vite. Ma chi non ne ha? Sapere equivaleva a comprendere, non essere più curiosi, «lasciar perdere». Prima d'allora, entrando in un cinema, la cosa che più li aveva assillati - ricordavano - era stata quella di sincerarsi se lui fosse negli ultimi posti come al solito. Conoscevano le sue abitudini, avevano notato che non sedeva mai. Ficcando gli sguardi nelle tenebre, oltre la balaustrata della galleria, lo cercavano là, in basso, lungo le sordide pareti laterali, presso le porte delle uscite di sicurezza e delle latrine, senza trovar requie finché non avessero colto il tipico luccichio che i suoi occhiali d'oro mandavano ogni tanto attraverso il fumo e l'oscurità: un piccolo lampo inquieto, proveniente da una lontananza straordinaria, davvero infinita… Ma adesso! Che cosa importava, adesso, non appena entrati, aver subito conferma della sua presenza? E perché mai avrebbero atteso col disagio di una volta ogni ritorno della luce in sala? Se a Ferrara esisteva un borghese al quale fosse riconoscibile il diritto di frequentare le platee popolari, di immergersi a suo talento e in faccia a tutti nell'orrido sottomondo degli «scanni» da una lira e venti centesimi, questi non poteva essere che il dottor Fadigati. Uguale identico il loro comportamento ai Negozianti e all'Unione le due o tre sere all'anno che Fadigati vi capitava (come ho già detto, era socio di entrambi i Circoli dal 1927). Mentre, in passato, a vederlo attraversare la saletta dei biliardi, e tirar via senza fermarsi davanti ai tavoli di poker e di écarté, ogni viso era pronto ad assumere un'espressione fra stupita e costernata, adesso no, erano rari gli sguardi che si staccassero dai panni verdi per seguirlo fino alla porta della biblioteca. Poteva benissimo chiudersi in biblioteca, dove non c'era mai anima viva, dove i cuoi delle frau riflettevano fiocamente i tremuli bagliori del caminetto, poteva benissimo sprofondarsi fino a mezzanotte e oltre nella lettura del libro scientifico che si era portato da casa: chi trovava più niente da obbiettare, a questo punto, su una stranezza simile? 8. Di più. Ogni tanto viaggiava, o, per dirla con le sue stesse parole, si concedeva «qualche evasione»: a Venezia per la Biennale, a Firenze per il Maggio. Ebbene, adesso che la gente sapeva, poteva succedere di incontrarlo in treno a notte alta, come toccò nell'inverno del '34 a una piccola comitiva cittadina recatasi al Berta di Firenze per una partita di calcio, senza che nessuno si permettesse i maliziosi «Guarda veh chi si vede! » sempre di rigore tra ferraresi non appena ci si ritrovi fuori dall'angusto territorio compreso fra gli argini paralleli di Reno e Po. Dopo che lo ebbero invitato, tutti premurosi, ad accomodarsi nel loro scompartimento, i nostri bravi sportivi, che certo non erano dei musicomani (Wagner: soltanto al nome si sentivano sprofondare in un oceano di tristezza! ), stettero lì buoni buoni ad ascoltare un infervorato resoconto di Fadigati a proposito del Tristano che Bruno Walter aveva diretto quello stesso pomeriggio al Comunale fiorentino. Fadigati parlò della musica del Tristano, della mirabile interpretazione che il «maestro germanico» ne aveva dato, e in particolare del secondo atto dell'opera, il quale - disse - «non è che un lungo lamento d'amore». Diffondendosi sulla panchina tutta avvolta dai rami fioriti di un rosaio, e quindi simbolo trasparente del talamo, seduti sopra la quale Tristano e Isotta cantano per tre quarti d'ora filati prima d'andare a immergersi, avvinti, in una notte di voluttà eterna come la morte, Fadigati socchiudeva le palpebre dietro le lenti, sorridendo rapito. E gli altri lo lasciavano parlare, non fiatavano. Si limitavano a scambiarsi qualche allibita occhiata di soppiatto. Ma era Fadigati medesimo, con la sua condotta ineccepibile, a favorire intorno a sé un così largo spirito di tolleranza. Su di lui, dopo tutto, che cosa poteva dirsi di concreto? Al contrario di quello che era lecito attendersi da soggetti dello stampo di donna Maria Grillanzoni, tanto per fare un nome, una più che settantenne dama della nostra migliore aristocrazia i cui impetuosi atti di seduzione, perpetrati nei confronti dei ragazzi delle drogherie e delle macellerie che le venivano per casa la mattina, correvano normalmente sulla bocca di tutti (e ogni tanto la città ne imparava sul suo conto una nuova, ridendoci sopra, si capisce, ma anche deplorando), l'erotismo di Fadigati dava ogni garanzia che sarebbe stato sempre contenuto dentro precisi confini di decenza. Di ciò i suoi molti amici ed estimatori si proclamavano più che sicuri. Nei cinema, è vero - erano costretti a riconoscere -, andava sempre a mettersi non troppo discosto dai gruppi dei soldati, da cui l'apparenza di fondamento che prendeva l'insinuazione di un suo presunto «debole» per i militari. Altrettanto vero tuttavia che mai - riprendevano a dire, energici - il poveretto era stato visto avvicinarsi oltre un dato limite, mai accompagnarsi con qualcuno di essi per istrada, né mai, tanto meno, nessun giovane lanciere del Pinerolo Cavalleria, con l'alto colbacco calato sugli occhi, e con la pesante, rumorosa sciabola sotto il braccio, era stato colto mentre varcava ad ore sospette la soglia di casa sua. Rimaneva il suo viso, certo: grasso, ma grigio, e coi tratti tirati da un'ansia segreta e continua. Era unicamente quel suo viso a ricordare che cercava. Quanto però a trovare (come e dove), chi era in grado di parlarne con precisa cognizione di causa? Di tempo in tempo si udiva comunque discorrere anche di questo. A distanza magari di anni, con la medesima lentezza e quasi riluttanza con cui, risalendo dai fondi melmosi di certi stagni, rade bolle d'aria emergono e scoppiano in silenzio alla superficie, ecco che ogni tanto venivano fatti dei nomi, indicate delle persone, precisate delle circostanze. Intorno al '35, rammento bene che al nome di Fadigati andava di solito associato quello di tale Manservigi, una guardia municipale dagli occhi azzurri, inflessibili, che quando non dirigeva solennemente il traffico ciclistico e automobilistico all'incrocio tra corso Roma e corso Giovecca, noi ragazzi avevamo a volte la sorpresa di ritrovare sul Montagnone, mentre, reso quasi irriconoscibile dai dimessi abiti borghesi, assisteva con uno stuzzicadenti in bocca alle nostre interminabili partite a calcio, spesso protratte fin oltre l'imbrunire. Più tardi, verso il '36, si udì di un altro: un usciere del Comune, certo Trapolini, dolce e melliflua persona, sposato e carico di figli, del quale erano assai noti in città lo zelo cattolico e la passione per il teatro d'opera. Più tardi ancora, durante i primi mesi della guerra di Spagna, venne ad aggiungersi alla parca lista 9. degli «amici» di Fadigati anche il nome di un ex giocatore della S. P. A. L. Scuro di pelle, imbolsito, le tempie ormai grige, si trattava proprio di quel Baùsi, Olao Baùsi, che nel decennio fra il '20 e il '30 era stato, chi non se ne ricordava?, una specie di idolo della gioventù sportiva ferrarese, e che in pochi anni si era ridotto a vivere dei peggiori espedienti. Dunque niente soldati. Mai nulla di praticato in pubblico, sia pure in esclusiva fase di approccio, mai nulla di scandaloso. Bensì rapporti accuratamente clandestini con uomini di mezza età e di condizione modesta, subalterna. Con individui discreti, insomma, o, almeno, tenuti in qualche modo a esserlo. Verso le tre, le quattro di notte, dalle persiane dell'appartamento di Fadigati filtrava quasi sempre un poco di luce. Nel silenzio del vicolo, interrotto soltanto dagli strani sospiri dei gufi appollaiati lassù in alto lungo i vertiginosi, appena visibili cornicioni del duomo, volavano fiochi brandelli di musiche celestiali, Bach, Mozart, Beethoven, Wagner: Wagner, soprattutto, forse perché la musica wagneriana era la più indicata a evocare determinate atmosfere. L'idea che la guardia Manservigi, o l'usciere Trapolini, o l'ex calciatore Baùsi, fossero in quello stesso momento ospiti del dottore, non poteva venire accolta dall'ultimo nottambulo, di transito a quell'ora per via Gorgadello, altro che a cuor leggero. 10. 4 Nel 1936, vale a dire ventidue anni fa, il treno locale Ferrara-Bologna, in partenza ogni mattina da Ferrara qualche minuto prima delle sette, percorreva i quarantacinque chilometri della linea in non meno di un'ora e venti minuti. Quando le cose filavano lisce, il treno raggiungeva dunque la sua meta verso le otto e un quarto. Ma il più delle volte, anche se si lanciava a gran carriera lungo il rettilineo dopo Corticella, il convoglio imboccava la larga curva che mette nella stazione bolognese con dieci, quindici minuti di ritardo (nel caso che dovesse fermarsi al semaforo d'ingresso, i minuti potevano diventare facilmente trenta). Non erano più i tempi del vecchio Ciano, d'accordo, quando, all'arrivo, certi treni trovavano ad aspettarli il ministro delle Comunicazioni in persona, tutto assorto nella solenne azione scenica di misurare a passi impazienti la banchina e di controllare borbottando l'ora al quadrante della grossa cipolla da capostazione che estraeva di continuo dal taschino del panciotto. Vero è però che l'accelerato Ferrara-Bologna delle sei e cinquanta faceva sempre, in pratica, quello che voleva. Sembrava ignorare il governo, infischiarsene altamente del suo vanto d'avere imposto perfino alle Ferrovie dello Stato il rigido rispetto degli orari. E d'altra parte chi gli badava, chi se ne preoccupava? Mezzo coperta d'erba e priva di tettoia, la banchina del sedicesimo binario, a lui riservata, era l'ultima, confinava con la campagna di fuori Porta Galliera. Aveva proprio l'aria d'essere dimenticata. Di solito il treno si componeva di sei carrozze soltanto: cinque di terza classe e una di seconda. Ricordo non senza rabbrividire le mattine del dicembre padano, le buie mattine degli anni in cui, studenti universitari a Bologna, dovevamo alzarci con la sveglia. Dal tram, che correva sferragliando a rompicollo in direzione della barriera daziaria di viale Cavour, sentivamo il treno fischiare ripetutamente, lontano e invisibile. Sembrava che minacciasse: «Badate, parto! ». O addirittura: «È inutile che vi affrettiate, ragazzi, sono bell'e partito! ». Non erano comunque che le matricole, in genere, maschi e femmine, a smaniare attorno al conduttore perché aumentasse la velocità. Tutti noi altri, Eraldo Deliliers compreso, il quale si era iscritto quello stesso anno a Scienze politiche ma si comportava già con la disinvoltura e con l'indifferenza di un anziano, sapevamo bene che l'accelerato delle sei e cinquanta non sarebbe mai partito prima di aver fatto il carico delle nostre persone. Il tram si fermava finalmente davanti alla stazione; balzavamo a terra; dopo pochi istanti ci trovavamo sul treno, sbuffante da ogni parte candidi getti di vapore, eppure ancora lì, immobile sul suo binario come previsto. Quanto a Deliliers, lui sopraggiungeva sempre per ultimo, camminando lemme lemme e sbadigliando. Difatti, siccome si era addormentato, accadeva molto spesso che avessimo dovuto tirarlo giù dal tram a forza. I vagoni di terza classe si può dire che fossero tutti per noi. Tranne qualche viaggiatore di commercio, qualche sparuta compagnia di varietà che aveva pernottato nella sala d'aspetto della stazione, e con le cui ballerine si cercava talvolta, durante il viaggio, di fare un po' di amicizia, da Ferrara a quell'ora non partiva mai nessuno. Ciò ad ogni modo non significa, sia ben chiaro, che il treno delle sei e cinquanta raggiungesse Bologna viaggiando sempre mezzo vuoto! Nel corso del suo pigro trasferimento dal buio fitto di Ferrara alla luce di certi mattini bolognesi - luce intensa, sfolgorante, con il colle di San Luca bianco di neve, e con le cupole delle chiese, color verderame, che spiccavano quasi in rilievo sul rosso mare dei tetti e delle torri -, il treno raccoglieva via via dalle piccole e minime stazioni dislocate lungo la linea gente sempre nuova. Erano studenti medi, ragazzi e ragazze; maestri elementari d'ambo i sessi; piccoli proprietari agricoli, mezzadri, mercantucci di vario bestiame, riconoscibili dalle ampie mantelle, dai cappelli di 11. feltro calati sul naso, dallo stuzzicadenti o dal sigaro toscano incastrati fra le labbra: gente della campagna che parlava già nello sguaiato dialetto bolognese, e dal cui contatto ci si difendeva barricandoci dentro due o tre scompartimenti contigui. L'assalto dei vilàn cominciava a Poggio Renatico, un chilometro prima dell'argine di sinistra del Reno; si rinnovava a Galliera, appena di là dal ponte di ferro, e poi a San Giorgio di Piano, a San Pietro in Casale, a Castelmaggiore, a Corticella. Quando il treno arrivava a Bologna, dagli sportelli aperti con violenza quasi esplosiva si riversava sulla banchina del sedicesimo binario una piccola folla tumultuosa di diverse centinaia di persone. Restava il vagone di seconda classe, unico e solo: sul quale, almeno fino a una certa data, e cioè per l'appunto fino all'inverno 1936-37, non salì mai un'anima. Il personale di scorta al treno, un quartetto fisso che viaggiando su accelerati faceva su e giù tra Ferrara e Bologna cinque o sei volte al giorno, vi teneva ogni mattina accademia di scopa e di tressette. E noi, dal canto nostro, ci eravamo talmente abituati al fatto che il vagone di seconda classe fosse riservato al capotreno, al controllore, al frenatore, e al graduato della Milizia ferroviaria (ammiccanti e gentili fin che si vuole, i quattro, specie se fiutavano studenti del G. U. F., ma decisissimi a vietare ogni passaggio di classe abusivo), ci pareva ormai così naturale vederlo funzionare come una specie di circolo del Dopolavoro ferroviario, che da principio, quando il dottor Fadigati incominciò a venire a Bologna due volte la settimana, e prendeva costantemente il biglietto di seconda, da principio non gli badammo, di lui nemmeno ce ne accorgemmo. Fu in ogni caso questione di poco tempo. Chiudo gli occhi. Rivedo il gran varco asfaltato del viale Cavour completamente deserto dal Castello fino alla barriera daziaria, coi lampioni stradali, disposti in lunga prospettiva a una cinquantina di metri l'uno dall'altro, ancora tutti accesi. Il conduttore Aldrovandi, di cui dall'interno del tram non si può scorgere che la gobba schiena irritata, spinge il suo decrepito carrozzone al massimo. Ma un po' prima che il tram sia arrivato alla barriera, ecco piombare alle nostre spalle, sorpassandoci rapidissima col caratteristico fruscio soffocato che fa il motore della Lancia, una macchina, un tassì. È una Astura verde, sempre la stessa. Ogni martedì e venerdì mattina ci supera pressappoco alla medesima altezza di viale Cavour. Ed è così veloce, che quando noi, col nostro tram che beccheggia paurosamente nello sprint finale, irrompiamo nel piazzale della stazione, non soltanto ha già deposto il suo passeggero (un signore corpulento fornito di lobbia dal bordo bianco, di occhiali d'oro, di cappotto dal bavero di pelliccia), ma ha fatto manovra, e sta anzi ripartendo in direzione contraria alla nostra, verso il centro. Chi sarà stato, di noi, a richiamare per primo la curiosità generale sul signore del tassì: sul signore piuttosto che sul tassì? È vero che in tram, con la bionda testa ricciuta riversa sulla spalliera di legno, per solito Deliliers dormiva. Eppure mi sembra proprio che sia stato lui, una mattina intorno alla metà di febbraio del '37, mentre varie mani, sempre un po' più numerose del necessario, si sporgevano attraverso lo sportello per aiutarlo a salire in treno, e lui si faceva sollevare quasi di peso, giurerei che sia stato proprio Deliliers ad annunciare che la seconda classe aveva trovato nel tipo dell'Astura un cliente fisso, fisso e pagante, e che questo tale era, nientemeno, il dottor Fadigati. «Fadigati? Chi era costui? », chiese con aria stordita una delle ragazze: Bianca Sgarbi, per la precisione, la maggiore delle due sorelle Sgarbi (l'altra, Attilia, di tre anni più giovane e tuttora al liceo, all'inizio del '37 ancora non la conoscevo). La sua domanda fu accolta da grandi risate. Deliliers si era seduto e stava accendendosi una Nazionale. Aveva la mania di accendere le sigarette dalla parte della marca, attentissimo ogni volta a non sbagliare. A quell'epoca Bianca Sgarbi, la quale faceva molto di malavoglia il terzo anno di Lettere, era quasi fidanzata con Nino Bottecchiari, il nipote dell'ex deputato socialista. Benché filassero assieme, non andavano troppo d'accordo. 12. Esuberante di natura, e al tempo stesso quasi presaga del poco lieto futuro che attendeva i giovani della nostra generazione e lei in particolare (rimasta vedova di un ufficiale d'aviazione precipitato su Malta nel '42, con due figli maschi da crescere, la poverina è finita poi a Roma, impiegata avventizia al Ministero dell'Aeronautica), Bianca si mostrava insofferente di ogni legame, divertendosi a civettare con chiunque le facesse comodo, e passando in sostanza da un flirt all'altro. «E allora si può sapere chi è? », insistette mollemente, piegata verso Deliliers che le sedeva di fronte. Rannicchiato accanto a quest'ultimo nel posto d'angolo presso lo sportello, il povero Nino soffriva in silenzio. «Oh, un vecchio finocchio», proferì infine Deliliers con calma, rialzando il capo e fissando la nostra compagna dritto negli occhi. 13. 5 Per qualche tempo continuò a star segregato durante l'intero tragitto nel vagone di seconda classe. A turno, approfittando delle fermate che il treno faceva a San Giorgio di Piano o a San Pietro in Casale, qualcuno del nostro gruppo balzava a terra con l'incarico di comperare al bar della stazioncina qualcosa da mangiare: panini imbottiti di salame crudo appena insaccato, cioccolata con le mandorle che sapeva di sapone, biscotti Osvego mezzo ammuffiti. Volgendo lo sguardo al treno fermo, e passandolo poi da vagone a vagone, a un certo punto potevamo scorgere il dottor Fadigati che, da dietro lo spesso cristallo del suo scompartimento, osservava la gente attraversare i binari e affrettarsi verso le carrozze di terza. Dall'espressione di invidia accorata del suo viso, dalle occhiate di rimpianto con le quali seguiva la piccola folla campagnola a noi così indigesta, pareva poco meno che un recluso: un confinato politico di riguardo, in viaggio di trasferimento a Ponza o alle Tremiti per restarci chissà quanto. Due o tre scompartimenti più in là, dietro un cristallo di uguale spessore, si distinguevano il capotreno e i suoi tre amici. Continuavano imperterriti a giocare a carte, a discutere tra loro fitto fitto, ridendo e agitando le mani. Ben presto, però, come era da prevedersi, cominciammo a vederlo girellare per i vagoni di terza. Lo sportello di comunicazione essendo chiuso a chiave, le prime volte, per farsi aprire (lo raccontò più tardi lui stesso), si era sempre presentato al controllore. Metteva il capo dentro lo scompartimento-bisca. «Scusino, signori», chiedeva, «potrei per favore passare in terza classe? » Ma li seccava, se ne era accorto subito. Precedendolo lungo il corridoio con la chiave in mano e col passo del carceriere, il controllore borbottava e soffiava senza riguardi. A un certo punto si era deciso a fare da sé. Attendeva la prima fermata, quella di Poggio Renatico. L'accelerato sostava da tre a cinque minuti. C'era tempo in abbondanza per scendere a terra e per risalire nel vagone immediatamente successivo. Tuttavia non fu in treno che vennero stabiliti fra noi i primi contatti, direi proprio di no. Mi resta l'impressione che la cosa sia accaduta a Bologna, per istrada, anche se poi, come si vedrà qui di seguito, io non sappia indicare con sicurezza in quale strada precisa. (Forse in quei giorni fui assente da scuola, e la cosa mi venne variamente riferita dopo, dagli altri? Oppure sono io, a tanti anni di distanza, a non distinguere, a non ricordare con precisione? ) Può darsi che sia stato uscendo dalla stazione, mentre aspettavamo il tram di Mascarella. Siamo una decina e tutti quanti assieme, occupando buona parte della piattaforma tranviaria antistante al luogo di posteggio per le carrozze e per i tassì. Il sole scintilla sui cumuli di neve sporca che punteggiano a intervalli regolari il vasto piazzale. Il cielo sopra è d'un azzurro intenso, vibrante di luce. E Fadigati, che sta aspettando anche lui il tram sulla medesima piattaforma (è sopraggiunto un momento fa, per ultimo), ad un tratto, per attaccare discorso, non trova di meglio che uscire in qualche osservazione sulla «giornata deliziosa, quasi primaverile», nonché sul tram di Mascarella il quale «se la prende così comoda che converrebbe in un certo senso andare a piedi». Sono frasi generiche, banali, dette a mezza voce e non rivolte ad alcuno di noi in particolare, ma a tutti in blocco e a nessuno: come se lui non ci conoscesse, o piuttosto non si azzardasse ad ammettere che ci conosce, neanche di vista. Ma alla fine basta che uno, imbarazzato dalla sua incertezza e dal sorriso nervoso col quale ha accompagnato le sue vaghe considerazioni sulla stagione e sul tram, gli risponda con un minimo di urbanità, chiamandolo «dottore». Allora salta subito fuori la verità: cioè che ci conosce tutti benissimo, lui, nomi e cognomi, nonostante il fatto che in pochi anni siamo diventati dei giovanotti. 14. Sa esattamente di chi siamo figli. E come potrebbe non saperlo, come potrebbe essersene scordato, andiamo!, se da bambini, «all'età che i bambini di buona famiglia hanno sempre da combattere col mal di gola e col mal d'orecchie» ride -, ci ha visti, quale più quale meno, passare dal suo studio tutti quanti? Senonché spesso, invece che prendere il tram e filare spediti all'università, in via Zamboni, preferivamo risalire a piedi i portici di via Indipendenza, su su fino al centro. Era raro che Deliliers ci fosse. Appena fuori dalla stazione, tagliava la corda per conto suo, e prima dell'indomani mattina nessuno, in genere, lo rivedeva più: né all'università, né in trattoria, né altrove. Sgranati in ordine sparso lungo il marciapiede, gli altri però c'erano sempre tutti. C'era Nino Bottecchiari, che studiava legge, ma per via di Bianca Sgarbi bazzicava assai spesso i corridoi e le aule della Facoltà di lettere, sorbendosi con pazienza le lezioni più indigeste: da quella di grammatica latina a quella di biblioteconomia. C'era Bianca, in basco blu e pellicciotto di coniglio corto ai fianchi, ora a braccetto con uno ora con l'altro: quasi mai con Nino, e solo per litigarci. C'erano Sergio Pavani, Otello Forti, Giovannino Piazza, Enrico Sangiuliano, Vittorio Molon: chi studente di agraria, chi di medicina, chi di scienze economiche e commerciali. E infine, unico studente in lettere della compagnia (a parte Bianca Sgarbi), infine c'ero io. Ebbene, non è impossibile che una mattina di queste, mentre camminiamo lungo gli interminabili portici di via Indipendenza, alti e bui come navate di chiesa, fermandoci ogni tanto davanti a una vetrina di articoli sportivi, presso un chiosco di giornali, confondendoci magari alla gente che, attratta e come ipnotizzata dalla fiamma ossidrica, si assiepa in silenzio attorno a una squadra di operai intenti ad aggiustare una rotaia della linea tranviaria, non è affatto impossibile, dicevo, che una di queste mattine di tardo inverno, quando ogni pretesto sembra buono per rinviare il momento di chiudersi dentro un'aula scolastica, il dottor Fadigati, che da tempo ci seguiva, venga d'un tratto ad affiancarsi a qualcuno di noi: a Nino Bottecchiari e a Bianca Sgarbi, per esempio, che un poco in disparte, ma incuranti come al solito di farsi sentire, non la piantano un solo istante di discutere e litigare. Ronzandoci, per così dire, continuamente attorno, Fadigati ci ha seguiti finora passo passo. Ce ne siamo accorti benissimo. Sogghignando, dandoci di gomito, ne abbiamo anche parlato. All'improvviso, eccolo affiancarsi a Nino e Bianca, raschiarsi la gola. Con la voce neutra, col tono impersonale che adopera sempre, si vede, quando abborda degli sconosciuti dai quali non sa che accoglienza aspettarsi, lo si sente dire qualcosa. «Fate i bravi, ragazzi! », ammonisce: e anche stavolta è proprio come se parlasse soprattutto all'aria, non a qualcuno di determinato. Ma poi, girando verso Bianca uno sguardo timido, esitante, eppure in qualche modo complice, scontrosamente complice e solidale: «E lei sia buona, signorina», aggiunge, «sia un po' più arrendevole. Tocca alla donna, non lo sa? » Scherza, non intende che scherzare. Bianca scoppia a ridere. Anche Nino ride. Chiacchierando del più e del meno, arriviamo quindi tutti insieme fino a piazza del Nettuno. Anzi. Prima di separarci dobbiamo accettare per forza un caffè. Insomma diventiamo amici: se è vero in ogni caso che d'ora in avanti, cioè fin dall'aprile del '37, nei due o tre scompartimenti di terza classe dentro i quali usiamo asserragliarci (già verde, la campagna scorre fresca e luminosa nel riquadro del finestrino), il martedì e il venerdì mattina ci sarà sempre un posto anche per il dottor Fadigati. 15. 6 Si era messo in testa di prendere la libera docenza - disse -: per questo motivo, «non per altro», veniva a Bologna due volte la settimana. Ma adesso che aveva trovato dei compagni di viaggio, spostarsi bisettimanalmente non gli pesava più tanto. Sedeva tranquillo al suo posto. Si limitava ad assistere alle nostre quotidiane discussioni, che spaziavano dallo sport alla politica, dalla letteratura e dall'arte alla filosofia, e toccavano talora perfino il tema dei sentimenti, o, addirittura, dei rapporti «esclusivamente erotici», lasciando cadere ogni tanto una parola, guardandoci dal suo sedile con occhio paterno e indulgente. Di molti di noi era, in certo senso, amico di famiglia: i nostri genitori frequentavano il suo studio di via Gorgadello da quasi venti anni. Era di sicuro anche a loro che pensava, guardandoci. Sapeva che sapevamo? Forse no, forse su questo punto si illudeva ancora. Nel suo contegno, comunque, nell'educato e preoccupato riserbo che si sforzava di mantenere, era fin troppo facile leggere il fermo proposito di comportarsi come se niente di sé fosse mai trapelato in città. Per noi, soprattutto per noi, lui doveva restare il dottor Fadigati di una volta, quando, da bambini, vedevamo il suo largo viso, seminascosto dietro il tondo specchio frontale, piegarsi e incombere sul nostro viso. Se al mondo esistevano delle persone con le quali lui dovesse cercare di tenersi su, queste eravamo proprio noi. Veduta da vicino, d'altra parte, la sua faccia non risultava granché cambiata. Quei dieci, dodici anni che ormai ci separavano dall'età delle tonsilliti, delle otiti, delle vegetazioni adenoidee, non avevano lasciato sul suo volto che tracce molto leggere. Aveva fatto le tempie grige, ecco. Ma basta. Forse un po' più grasse e cascanti, le sue guance apparivano dello stesso colore terreo di un tempo. La pelle che le ricopriva, grossa, glabra, coi pori evidenti, dava sempre la medesima impressione del cuoio, del cuoio ben conciato. No, per questo eravamo molto più cambiati noi, al confronto: noi che di sfuggita, assurdamente (mentre lui, magari, tirava fuori dalla tasca del soprabito il «Corriere della Sera», e quieto e bonario si metteva a leggerlo nel suo angolo), venivamo cercando su quel suo volto familiare le prove, i segni, starei per dire le macchie visibili del suo vizio, del suo peccato. Col tempo tuttavia prese confidenza, cominciò a parlare un poco di più. Dopo una corta primavera, l'estate era sopraggiunta quasi di colpo. Anche la mattina presto faceva caldo. Fuori, il verde della campagna bolognese si era fatto più cupo, più ricco. Nei campi delimitati dai filari dei gelsi la canapa si mostrava già alta, il grano imbiondiva. «Mi sembra di essere tornato studente», ripeteva spesso Fadigati, guardando di là dal vetro del finestrino. «Mi sembra di essere tornato ai tempi di quando anch'io viaggiavo ogni giorno tra Venezia e Padova…» Era successo prima della guerra - raccontò -, fra il '10 e il '15. Studiava medicina a Padova, e per due anni aveva fatto la spola quotidiana fra le due città: proprio come la facevamo noi adesso tra Ferrara e Bologna. A partire dal terzo anno, però, i suoi genitori, continuamente in ansia per il suo cuore, avevano preteso che si stabilisse a Padova, in una stanza d'affitto. E così, nei tre anni successivi (si era laureato nel '15 col «grande» Arslan: 110 e lode), aveva condotto in confronto a prima vita abbastanza sedentaria. In famiglia ci passava soltanto due giorni per settimana: il sabato e la domenica. A quel tempo Venezia non era certo una città allegra, la domenica, soprattutto d'inverno. Ma Padova, con quei suoi lugubri, neri portici, invasi perennemente da uno strano odore di carne di manzo bollita! … Rientrare a Padova in treno, ogni domenica sera, gli costava sempre una fatica enorme, doveva farsi forza. 16. «Chissà lei, dottore, che sgobbone sarà stato! », esclamò una volta Bianca che, tanta era l'abitudine, faceva la civetta anche con Fadigati. Non le rispose, limitandosi a sorriderle con gentilezza. «Al giorno d'oggi avete la partita, il cinema, sani passatempi di ogni specie», disse poi. «Sapete qual era la principale risorsa della domenica per la gioventù dell'epoca mia? Le sale da ballo! » Storse la bocca, come se avesse evocato luoghi ben altrimenti abominevoli. Aggiungendo subito dopo che a Venezia per lo meno lui aveva la casa, il papà e la mamma, soprattutto la mamma: gli «affetti» più sacri, insomma. Come l'aveva adorata - sospirava -, la sua povera mamma! Intelligente, colta, bella, pia: in lei si assommavano tutte le virtù. Una mattina, anzi, e per la commozione gli occhi gli si inumidirono, estrasse dal portafoglio una fotografia che circolò di mano in mano. Si trattava di un piccolo ovale sbiadito. Ritraeva una donna in abito ottocentesco, di mezza età: dall'espressione soave, senza dubbio, ma nel complesso piuttosto insignificante. Vittorio Molon era l'unico fra noi la cui famiglia non fosse ferrarese. Proprietari agricoli di Fratta Polesine, i Molon si erano trasferiti di qua dal Po da cinque o sei anni soltanto. E si sentiva: perché Vittorio, specie quando parlava in italiano, conservava in pieno la cadenza veneta. Un giorno Fadigati gli chiese se per caso «loro» fossero di Padova. «Gliel'ho chiesto», spiegò, «perché quando ci vivevo io, a Padova, stavo a dozzina da una vedova che si chiamava Molon, Elsa Molon. La casetta di questa signora Molon si trovava in via San Francesco, nei pressi dell'università, e dava, dietro, su un grande orto. Che vita, facevo! A Padova non avevo parenti, non amici, nemmeno tra i compagni di scuola. » Dopodiché, apparentemente divagando (ma fu la sola volta che aprì uno spiraglio sulla sua notevole cultura letteraria: come se, anche da questo lato, si fosse imposto un preciso riserbo), cominciò a parlare di una novella di non sapeva più quale scrittore inglese o americano dell'Ottocento, ambientata appunto a Padova verso la fine del XVI secolo. «Protagonista della novella», disse, «è uno studente, uno studente solitario come ero io trent'anni fa. Come me, vive in una stanza d'affitto che dà su un orto vastissimo, pieno di alberi velenosi…» «Velenosi?! », lo interruppe Bianca, spalancando gli occhi celesti. «Sì, velenosi», annuì. «Ma l'orto su cui si apriva la mia finestra», continuò, «non era affatto avvelenato: si rassicuri, signorina. Era un orto molto normale, coltivato alla perfezione da una famiglia di contadini, certi Scagnellato, che abitava in una casupola addossata all'abside della chiesa di San Francesco. Io vi scendevo spesso a passeggiare, con un libro in mano: specie nei tardi pomeriggi di luglio, sotto gli esami. Gli Scagnellato, che mi invitavano sovente a cena, erano l'unica famiglia padovana della quale fossi diventato intimo. Avevano due figli: due bei ragazzi, così vivi e simpatici, così… Lavoravano fra le piante e i seminati fino a che non ci si vedeva più. A quell'ora annaffiavano, in genere. Ah, il buon odore di letame! » L'aria dello scompartimento era grigia del fumo delle nostre Nazionali. Ma lui l'aspirava a pieni polmoni, socchiudendo le palpebre dietro le lenti e dilatando le narici del grosso naso. Seguì un silenzio abbastanza prolungato e oppressivo. Deliliers aprì gli occhi, sbadigliò rumorosamente. «Buono l'odore del letame? », diceva frattanto Bianca, con una risatina nervosa. «Che idea! » 17. Sporgendo il capo, Deliliers lasciò cadere su Fadigati, di traverso, un'occhiata piena di disprezzo. «Lasci stare il letame, dottore», sogghignò, «e ci parli piuttosto di quei due ragazzi dell'orto che le piacevano tanto. Che cosa ci faceva, insieme? » Fadigati sussultò. Come se fosse stata colpita all'improvviso da uno schiaffo potentissimo, la sua larga faccia marrone si deformò sotto i nostri occhi in una smorfia dolorosa. «Eh? … Come? …», balbettava. Disgustato, Deliliers si alzò. Apertasi la strada fra le nostre gambe, uscì nel corridoio. «Il solito villano! », sbuffò Bianca, toccandosi un ginocchio. Lanciò a Deliliers, esiliatosi in piedi nel corridoio, di là dalla porta a vetri, uno sguardo di disapprovazione. E quindi, rivolta a Fadigati: «Perché non finisce di raccontare la novella? », propose con gentilezza. Lui non volle, tuttavia, per quanto Bianca insistesse. Protestò di non ricordarne bene l'intreccio. E inoltre - concluse, con una sfumatura di malinconica galanteria che suonò particolarmente sforzata -, per qual ragione ci teneva tanto a sentire una storia che finiva, poteva assicurarglielo, così male? Un attimo solo di abbandono gli era costato caro. Adesso, si capisce, temeva il ridicolo più che mai. 18. 7 Si accontentava di niente, in fondo, o almeno così sembrava. Più che restare lì, nel nostro scompartimento di terza classe, con l'aria del vecchio che si scalda in silenzio davanti a un bel fuoco, altro non pretendeva. A Bologna, per esempio, non appena fossimo usciti nel piazzale di fronte alla stazione, lui saliva su un tassì, e via. Dopo una volta o due, all'inizio, che venne con noi fino all'università, non successe mai che ce lo trovassimo vicino senza sapere come liberarcene. Conosceva bene, perché glielo avevamo detto, le trattorie a buon mercato dove intorno all'una avrebbe potuto raggiungerci: alla Stella del Nord, in Strada Maggiore, o da Gigino, ai piedi delle due Torri, o alla Gallina Faraona, in San Vitale. Tuttavia non vi capitò mai. Un pomeriggio, entrando in un locale di via Zamboni per giocare a boccette, lo scorgemmo seduto a un tavolino in disparte, con davanti un caffè e un bicchier d'acqua, e immerso nella lettura di un giornale. Si accorse subito di noi, certo. Ma finse di no; e anzi, dopo qualche minuto, chiamò il cameriere con un cenno, pagò, scivolando quindi fuori alla chetichella. Non era insomma né indiscreto né noioso. Eppure, a poco a poco, nonostante che, grosso come era, si rannicchiasse a tal punto sulla panca di legno dello scompartimento fino a occuparne anche meno dell'ottava parte, a poco a poco, senza volerlo, cominciammo pressoché tutti a mancargli di rispetto. Per la verità fu di nuovo lui a sbagliare: quando una mattina, mentre il treno sostava a San Pietro in Casale, d'un tratto volle scendere a procurarci i soliti panini e biscotti al bar della stazione. «Tocca a me», aveva dichiarato, e non c'era stato verso di trattenerlo. Lo vedemmo dunque, dal treno, attraversare goffo i binari. C'era da scommetterlo che si sarebbe dimenticato quanti panini doveva comperare e quanti pacchetti di biscotti. E difatti si verificò puntualmente proprio questo: col seguito di noi a spenzolarci come coscritti ubriachi dal finestrino e a dargli di lontano, urlando e sghignazzando senza ritegno, gli ordini più contraddittorî, e di lui sempre più confuso e affannato via via che i minuti passavano, tanto che per un pelo non restava a terra. Dirò poi di Deliliers, che non gli rivolgeva mai la parola, affliggendolo ogni volta che gli capitava con trasparenti allusioni, con brutali doppisensi. Ma lo stesso Nino Bottecchiari, al quale da bambino aveva levato le tonsille ed era il solo a cui desse del tu, prese a trattarlo freddamente. E lui? Era strano a vedersi, e anche penoso: più Nino e Deliliers moltiplicavano le sgarberie nei suoi confronti, e più lui si agitava nel vano tentativo di riuscire simpatico. Per una parola buona, uno sguardo di consenso, un sorriso divertito che gli fossero venuti dai due, avrebbe fatto davvero qualsiasi cosa. Con Nino, che era a giudizio unanime l'intellettuale del gruppo, e l'anno precedente aveva partecipato a Venezia ai Littoriali della Cultura e dell'Arte (si era classificato quinto in Dottrina del Fascismo, e secondo assoluto in Critica cinematografica), cercava di intavolare discussioni che dessero modo al nostro compagno di brillare: sul cinema, appunto, e perfino sulla politica, sebbene di politica, come precisò più volte, lui non se ne intendesse granché. Ma era sfortunato. Non ne azzeccava una. Cominciava a discorrere di cinema (qui se ne intendeva: erano anni, fra l'altro, che passava le serate nei cinema! ), e Nino gli dava subito addosso con urla isteriche, come se non gli riconoscesse nemmeno il diritto di parlarne, come se sentirgli dichiarare, non so, che le vecchie comiche di Ridolini erano «stupende» (Nino dal canto suo le aveva più volte definite «fondamentali»), bastasse di colpo, sull'argomento, a fargli cambiare radicalmente «posizione». Respinto, tentò allora con la politica. La guerra di Spagna stava ormai per concludersi con la vittoria di Franco e del fascismo. 19. Una mattina, dopo aver scorso la prima pagina del «Corriere della Sera», evidentemente sicuro di non stare dicendo nulla che potesse dispiacere né a Nino né a nessun altro di noi, ma anzi convinto senza il minimo dubbio di trovarci tutti quanti del suo parere, Fadigati espresse l'opinione, a quell'epoca niente affatto peregrina, che l'imminente trionfo dei «nostri legionari» fosse da considerarsi una gran bella cosa. E invece ecco, d'un tratto, scatenarsi l'imprevedibile. Come attraversato dalla corrente elettrica, e alzando la voce in modo tale che Bianca a un certo punto pensò bene di mettergli una mano sulla bocca, Nino cominciò a sbraitare che «forse» era un disastro, viceversa, altro che storie!, che «forse era il principio della fine», e che si vergognasse, lui, alla sua età, di essere rimasto così «irresponsabile». «Scusa, caro figliolo… vedi… se permetti…», badava a ripetere Fadigati, pallido più d'un morto. Smarrito sotto l'imperversare della bufera, non capiva. Girava gli occhi attorno quasi a chiedere una spiegazione. Ma anche noi eravamo troppo sconcertati per dargli retta: specie io che l'anno avanti, nel corso di una delle solite discussioni, ero stato accusato proprio da Nino - gentiliano, lui, e ardente assertore dello Stato etico - di essere imbevuto di «scetticismo crociano»… E poi, alla fin fine, erano davvero atterriti gli occhi rotondi del dottore, o non, piuttosto, brillando vividi dietro le lenti, pieni di un'acre soddisfazione, di una infantile, inesplicabile, cieca allegria? Un'altra volta si parlava tutti assieme di sport. Se in materia di cultura Nino Bottecchiari era ritenuto il nostro numero uno, nello sport era Deliliers che primeggiava indiscutibilmente. Ferrarese soltanto per parte di madre (nativo di Imperia, mi sembra, o di Ventimiglia, il padre era morto nel '18 sul Grappa, alla testa di una compagnia di Arditi), anche lui, come Vittorio Molon, aveva compiuto a Ferrara soltanto le scuole medie superiori, cioè i quattro anni del liceo scientifico. Quei quattro anni erano stati ad ogni modo più che sufficienti per fare di Eraldo, che nel '35 aveva vinto il campionato regionale di boxe, categoria allievi, pesi medi, e a parte questo era un bellissimo ragazzo, alto un metro e ottanta e con un volto e un corpo da statua greca, un reuccio locale vero e proprio. Già gli si attribuivano, e non aveva ancora vent'anni, tre o quattro conquiste clamorose. Una sua compagna di scuola, suicidatasi l'anno stesso che lui aveva vinto il titolo di campione emiliano, lo aveva fatto, si diceva, per amor suo. Da un giorno all'altro lui non l'aveva più nemmeno guardata; e allora lei, poverina, era corsa difilato a buttarsi in Po. Certo è che anche nell'ambiente studentesco Eraldo Deliliers veniva, più che amato, addirittura idolatrato. Per vestirci ci si regolava sui suoi abiti, che la madre gli spazzolava, smacchiava e stirava indefessamente. Stare accanto a lui la domenica mattina, al Caffè della Borsa, con la schiena appoggiata a una colonna del portico e guardando le gambe delle donne che passavano, era considerato un autentico privilegio. Insomma una volta, in treno, verso la fine di maggio, stavamo discutendo di sport con Deliliers. Dall'atletica si finì a discorrere di boxe. Non dava mai troppa confidenza a nessuno, Deliliers. Quel giorno, al contrario, si aprì abbastanza. Disse che di studiare non gli andava, che aveva bisogno di troppi soldi «per vivere», e che perciò, se gli fosse riuscito un certo «colpetto» che meditava, si sarebbe poi dedicato completamente alla «nobile arte». «Come professionista? », osò chiedergli Fadigati. Deliliers lo guardò come si guarda uno scarafaggio. «Si capisce», disse. «Ha paura che mi rovini la faccia, dottore? » «Della faccia non me ne importa, per quanto, vedo, è già molto segnata lungo gli archi sopraccigliari. Sento comunque il dovere di avvertirla che la boxe, specie se praticata professionalmente, a lungo andare risulta deleteria per l'organismo. Se fossi nel governo, io proibirei il pugilato: anche quello dilettantistico. Più che uno sport, lo considero una specie di assassinio legale. Pura brutalità organizzata…» 20. «Ma faccia il piacere! », lo interruppe Deliliers. «Ha mai visto tirare? » Fadigati fu costretto ad ammettere di no. Disse che, per quanto medico, violenza e sangue gli facevano orrore. «E allora, se non ha mai visto tirare», tagliò corto Deliliers, «perché parla? Chi ha chiesto il suo parere? » E di nuovo, mentre Deliliers gli indirizzava quasi gridando queste parole, e quindi, voltategli le spalle, spiegava a noi assai più calmo che la boxe, «al contrario di quello che certi fessi possono pensare», è gioco di gambe, scelta di tempo, e scherma, in sostanza, soprattutto scherma, di nuovo vidi brillare negli occhi di Fadigati la luce assurda ma inequivocabile di una interna felicità. Nino Bottecchiari era l'unico fra noi che non venerasse Deliliers. Non erano amici, però si rispettavano a vicenda. Di fronte a Nino, Deliliers attenuava di parecchio le sue abituali pose dagangster, e Nino, dal canto suo, faceva molto meno il professore. Una mattina Nino e Bianca non c'erano (fu a giugno, mi pare, durante gli esami). Nello scompartimento eravamo soltanto in sei, tutti uomini. Avevo un po' di mal di gola, e me ne ero lamentato. Ricordandosi che da ragazzo, durante il periodo dello sviluppo, aveva dovuto curarmi a varie riprese per degli ascessi tonsillari, Fadigati si offerse subito di darmi una «guardata». «Vediamo. » Rialzò gli occhiali sulla fronte, mi prese il capo fra le mani, e cominciò a scrutarmi nelle fauci. «Facciaaaa», ordinò, con piglio professionale. Eseguii. E lui era ancora lì che mi esaminava la gola, e intanto si raccomandava, bonario e paterno, che mi riguardassi, che non sudassi, perché le tonsille, «sebbene ormai abbastanza ridotte», erano rimaste chiaramente il mio… «tallone d'Achille», quando Deliliers ad un tratto uscì a dire: «Scusi, dottore. Appena ha finito, le dispiacerebbe dare una guardatina anche a me? » Fadigati si voltò: sbalordito evidentemente della richiesta, e del tono soave con cui Deliliers l'aveva formulata. «Cosa prova? », domandò. «Le fa male a inghiottire? » Deliliers lo fissava coi suoi occhi azzurri. Sorrideva, scoprendo appena gli incisivi. «Non ho mica male alla gola», disse. «E dove, allora? » «Qua», fece Deliliers, accennando ai propri pantaloni, all'altezza dell'inguine. Spiegò quindi calmo, indifferente, ma non senza una punta di orgoglio, che soffriva da circa un mese delle conseguenze di un «regalo delle verginelle di via Bomporto»: una «notevole fregatura, altro che balle! », a causa della quale aveva dovuto sospendere «anche» la ginnastica in palestra. Il dottor Manfredini - aggiunse - lo curava col blu di metilene e con quotidiane irrigazioni di permanganato. Ma la cura andava per le lunghe, e lui invece aveva bisogno di ristabilirsi al più presto. «Le mie donne cominciano a lamentarsi, capirà… E dunque: vorrebbe essere così gentile da darmi un'occhiata anche lei? » Fadigati era tornato a sedersi. «Ma caro», balbettò, «lei sa bene che di quel genere di malattie lì io non me ne intendo. E poi, il dottor Manfredini…» 21. «Vada là che se ne intende, e come! », sogghignò Deliliers. «Senza dire che qui, in treno…», riprese Fadigati, guardando spaventato verso il corridoio, «qui in treno… come si fa? …» «Oh, per questo», replicò pronto Deliliers, torcendo le labbra sprezzante, «c'è sempre il gabinetto, se vuole. » Ci fu un attimo di silenzio. Fu Fadigati a scoppiare per primo in una gran risata. «Ma lei scherza! », gridò. «Possibile che scherzi sempre? Mi prende proprio per un ingenuo! » Quindi, curvandosi un poco di fianco, e battendogli con la mano sopra un ginocchio: «Eh, lei deve stare attento! », disse. «Se non sta attento, un giorno o l'altro farà una brutta fine! » E Deliliers di rimando, ma serio: «Badi di non farla lei, piuttosto. » Di lì a qualche giorno capitammo verso le sei di sera da Majani, in via Indipendenza. Faceva un gran caldo. Era stato Nino Bottecchiari a lanciare la proposta di un gelato. Se non l'avessimo preso - aveva detto -, fra poco, in «direttissimo», avremmo avuto tempo abbondante per pentircene. Anche allora, prima del rammodernamento del '40, la Pasticceria Majani era una delle maggiori di Bologna. Consisteva di una enorme sala semibuia, dal cui soffitto, altissimo e tenebroso, pendeva un solo, gigantesco lampadario di vetro di Murano. Del diametro di due o tre metri, raffigurava una rosa. Lo gremivano in gran quantità certe piccole lampadine impolverate dalle quali pioveva in basso una luce straordinariamente debole. Non appena fummo entrati, gli occhi ci corsero al fondo della sala, di dove proveniva un suono di risate. Saranno stati una ventina di ragazzi, la maggior parte in tuta sportiva blu scura: chi buttato a sedere, chi in piedi, e ciascuno alle prese con un semifreddo in coppa o con un cono gelato. Intanto parlavano ad alta voce, negli accenti più varî: bolognesi, romagnoli, veneti, marchigiani, toscani. A guardarli, si capiva che appartenevano a quella particolare categoria di studenti universitari assai più assidua di stadi e piscine che non di aule scolastiche e di biblioteche. Eccetto Deliliers, che subito ci salutò alzando di lontano il braccio in un gesto amichevole, da principio non ravvisammo tra i presenti nessun'altra persona di conoscenza. Ma dopo qualche istante, quando ci fummo abituati alla mezza luce dell'ambiente, scorgemmo confuso nel gruppo un signore attempato che sedeva accanto a Deliliers volgendo le spalle all'ingresso. Stava lì, col cappello in testa, le mani raccolte sul pomo del bastone e senza prendere niente. Aspettava. Come un padre dal cuore tenero, il quale abbia acconsentito a pagare il gelato a un branco di figli e nipotini turbolenti, e attenda in silenzio, un po' vergognoso, che i cari marmocchi abbiano finito di leccare e succhiare a loro piacere, per poi, più tardi, portarseli a casa… Quel signore era il dottor Fadigati, naturalmente. 22. 8 Anche quell'estate andammo in villeggiatura a Riccione, sulla vicina costa adriatica. Ogni anno succedeva la stessa cosa. Mio padre, dopo aver invano tentato di trascinarci in montagna, sulle Dolomiti, nei luoghi dove aveva fatto la guerra, alla fine si rassegnava a tornare a Riccione, a riprendere in affitto la medesima villetta accanto al Grand Hôtel. Ricordo molto bene. Io, la mamma, e Fanny, la nostra sorellina minore, ci muovemmo da Ferrara il 10 di agosto, insieme con la donna di servizio (Ernesto, l'altro mio fratello, si trovava in Inghilterra dalla metà di luglio, au pair presso una famiglia di Bath per impratichirsi nella lingua). Quanto a mio padre, che era rimasto in città, ci avrebbe raggiunti più tardi: non appena la cura della campagna di Masi Torello glielo avesse consentito. Lo stesso giorno del nostro arrivo seppi subito di Fadigati e Deliliers. Sulla spiaggia, affollata anche allora da ferraresi in villeggiatura con le famiglie, non si parlava che di loro, della loro «amicizia scandalosa». A cominciare dai primi di agosto, infatti, i due erano stati visti passare da un albergo all'altro delle varie cittadine balneari disseminate tra Porto Corsini e la Punta di Pesaro. Erano comparsi la prima volta a Milano Marittima, di là dal porto-canale di Cervia, fissando una bella camera all'Hôtel Mare e Pineta. Dopo una settimana si erano spostati a Cesenatico, all'Hôtel Britannia. E poi, via via, destando ovunque enorme scalpore e voci infinite, a Viserba, a Rimini, a Riccione stessa, a Cattolica. Viaggiavano in macchina: una Alfa Romeo 1750 a due posti, rossa, tipo Mille Miglia. Intorno al 20 agosto, impensatamente, eccoli di nuovo a Riccione, piazzati al Grand Hôtel come una decina di giorni avanti. L'Alfa Romeo era nuova di zecca, il suo motore mandava una specie di ringhio. Oltre che per viaggiare, i due amici la adoperavano anche per la passeggiata di ogni pomeriggio, quando, all'ora del tramonto, la massa dei bagnanti risaliva dall'arenile per riversarsi sul lungomare. Guidava sempre Deliliers. Biondo, abbronzato, bellissimo nelle sue magliette aderenti, nei suoi pantaloni di lana color crema (alle mani, appoggiate con negligenza al volante, ostentava certi guanti di camoscio traforato del cui prezzo non era lecito dubitare), evidentemente era a lui, al suo esclusivo capriccio, che la macchina ubbidiva. L'altro non faceva nulla. Tutto fiero del suo berretto piatto di panno scozzese e dei suoi occhiali da seconda-guida o da meccanico (oggetti da cui non si separava nemmeno se l'automobile, fendendo la calca a fatica, dovesse percorrere a passo d'uomo il tratto di viale davanti al Caffè Zanarini), si limitava a farsi scarrozzare su e giù, costretto nel sedile a fianco del compagno. Continuavano a dormire nella stessa stanza, a mangiare allo stesso tavolo. E sedevano al medesimo tavolino anche la sera, quando l'orchestra del Grand Hôtel, trasportati gli strumenti del salone da pranzo a pianterreno sulla terrazza esterna esposta alla brezza marina, passava dai brani di musica leggera alla musica sincopata. Ben presto la terrazza si riempiva (ci andavo molto spesso anche io, coi nuovi amici del mare), e Deliliers non si lasciava sfuggire né un tango, né un valzer, né un passo doppio, né uno slow. Fadigati non ballava, si capisce. Portando ogni tanto alle labbra la cannuccia che pescava nella bibita, non cessava però di seguire con l'occhio rotondo, di sopra l'orlo del bicchiere, le perfette evoluzioni che l'amico lontano compiva abbracciato alle ragazze e alle signore più eleganti, più vistose. Rientrati dalla corsa in macchina, entrambi erano subito saliti in camera a mettere losmoking. Serio, di pesante stoffa nera quello di Fadigati; con la giacchetta bianca, attillata e corta ai fianchi, quello di Deliliers. Facevano assieme anche vita di spiaggia: per quanto, la mattina, fosse di solito Fadigati a uscire per primo dall'albergo. Arrivava quando non c'era ancora quasi nessuno, fra le otto e mezzo e le nove, salutato con rispetto 23. dai bagnini, ai quali, secondo ciò che loro stessi dicevano, era sempre molto largo di mance. Vestito da capo a piedi di un normale abito da città (solo più tardi, quando il caldo aumentava, si decideva a sbarazzarsi della cravatta e delle scarpe, ma il panama bianco, con la tesa abbassata sopra gli occhiali neri, quello non se lo toglieva mai), andava a sedersi sotto l'ombrellone solitario che per suo ordine era stato piantato più avanti di tutti gli altri, a pochi metri dalla riva. Sdraiato su una chaise longue, le mani intrecciate dietro la nuca e un libro giallo aperto sulle ginocchia, rimaneva così per due ore buone a guardare il mare. Deliliers non sopraggiungeva mai prima delle undici. Col suo bel passo da belva pigra, reso anche più elegante dal leggero impedimento degli zoccoli, eccolo che attraversava senza affrettarsi lo spazio di sabbia infuocata tra i capanni e le tende. Era quasi nudo, lui. Le braghette bianche che finiva di allacciarsi sull'anca sinistra giusto in quel momento, la stessa catenina d'oro che portava al collo e da cui pendeva, in cima al torace, il ciondolo della Madonna, accentuavano in qualche modo la sua nudità. E sebbene, specie i primi giorni, gli costasse un certo sforzo salutare perfino me, quando mi vedeva lì, al riparo della nostra tenda; sebbene, passando tra i varchi delle tende e degli ombrelloni, non mancasse mai di arricciare la fronte in segno di fastidio: non per questo c'era troppo da credergli. Era chiaro che si sentiva ammirato dalla maggior parte degli astanti, dagli uomini come dalle donne, e che ciò gli faceva un gran piacere. Senza dubbio lo ammiravano tutti, uomini e donne. Ma toccava poi a Fadigati scontare in qualche modo l'indulgenza che il settore ferrarese della spiaggia di Riccione riservava a Deliliers. Nostra vicina di tenda era quell'anno la signora Lavezzoli, la moglie dell'avvocato. Perduta ormai l'antica importanza, oggi non è più che una vecchia. Ma allora, nel maturo splendore dei suoi quarant'anni, circondata dal perpetuo ossequio dei tre figli adolescenti, due maschi e una femmina, e da quello non meno perpetuo del degno consorte, illustre civilista, professore universitario ed ex deputato salandrino, allora era da considerarsi una delle più autorevoli ispiratrici dell'opinione pubblica cittadina. Puntando dunque l'occhialetto verso l'ombrellone a cui Deliliers era approdato, la signora Lavezzoli, che era nata e cresciuta a Pisa, «in riva d'Arno», e si serviva con straordinaria destrezza della sua veloce lingua di toscana, ci teneva continuamente informati di tutto quanto accadesse «laggiù». Con la tecnica, quasi, di un cronista sportivo della radio, riferiva ad esempio che «gli sposini», alzatisi d'un tratto dalle sedie a sdraio, stavano dirigendosi alla volta del più vicino moscone: evidentemente il giovanotto aveva espresso il desiderio di tuffarsi al largo, e il «signor dottore», per non rimaner solo, «in palpiti», ad attenderne il ritorno, aveva ottenuto di accompagnarlo. Oppure descriveva e commentava gli esercizi ginnastici a corpo libero che Deliliers dopo il bagno eseguiva al sole per asciugarsi, quando invece «l'amato bene», inattivo lì accanto con un asciugatoio di spugna in mano, era chiaro che sarebbe intervenuto così volentieri per fare lui, per asciugare lui, per toccare lui… Oh, quel Deliliers - soggiungeva poi, sempre da tenda a tenda, rivolta in particolare a mia madre: credendo forse d'abbassare la voce in modo tale che i «figlioli» non sarebbero riusciti a udirla, ma in realtà parlando più forte che mai -, quel Deliliers non era in fondo che un ragazzo viziato, un «ragazzaccio» a cui il servizio militare sarebbe a suo tempo tornato utilissimo. Il dottor Fadigati invece no. Un signore della sua condizione, della sua età, non era scusabile in nessun modo. Era «così»? Ebbene, pazienza! Chi gliene aveva fatto eccessivo carico, prima d'ora? Ma venire a esibirsi proprio a Riccione, dove certo non ignorava come fosse conosciuto, venire a dar spettacolo proprio da quelle parti, mentre in Italia, volendo, di spiagge nelle quali non c'è pericolo di imbattersi in un ferrarese che sia uno se ne trovano a migliaia! No, via. 24. Solamente da uno «sporcaccione» (e così dicendo la signora Lavezzoli mandava fuori dai grandi occhi celesti di regina fiamme di autentica indignazione), solamente da un «vecchio degenerato» ci si sarebbe potuti aspettare un tiro del genere. La signora Lavezzoli parlava, ed io avrei dato molto perché tacesse, una buona volta. La sentivo ingiusta. Fadigati mi dispiaceva, senza dubbio, ma non era da lui che mi consideravo offeso. Conoscevo alla perfezione il carattere di Deliliers. In quella scelta delle spiagge romagnole, così prossime a Ferrara, c'era tutta la sua cattiveria e strafottenza. Fadigati non c'entrava, ne ero sicuro. Per me lui si vergognava. Se non salutava, se anche lui fingeva di non riconoscermi, doveva essere soprattutto per questo. A differenza dell'avvocato Lavezzoli, che si trovava al mare dai primi di agosto, e dunque era al corrente come gli altri dello scandalo (sotto la tenda, però, mentre la moglie teneva cattedra, non faceva che leggereAntonio Adverse, né mai l'udii interloquire), mio padre capitò a Riccione soltanto il 25 mattina, un sabato: ancora più tardi del preventivato, e ovviamente ignaro di tutto. Arrivò in treno all'improvviso. Non trovando a casa nessuno, nemmeno la cuoca, scese senz'altro sulla spiaggia. Si accorse quasi subito di Fadigati. Prima che mia madre o i Lavezzoli potessero trattenerlo, si diresse allegro verso di lui. Fadigati sussultò, si volse. Mio padre gli aveva già teso la mano, e lui stava ancora cercando di tirarsi su dalla chaise longue. Alla fine ci riuscì. Dopodiché, per cinque minuti almeno, li vedemmo parlare in piedi sotto l'ombrellone, voltandoci le spalle. Guardavano entrambi l'immobile lastra del mare, liscia, pallidamente luminosa, senza una increspatura. E mio padre, il quale esprimeva dall'intera persona la felicità di aver «chiuso bottega» (così diceva quando da Riccione intendeva riferirsi a tutte le non piacevoli cose lasciate in città: affari, casa vuota, calura estiva, malinconici pranzi da Roveraro, zanzare, eccetera), indicava a Fadigati col braccio alzato le centinaia di mosconi sparsi a varia distanza dalla riva, nonché lontanissime, appena visibili all'orizzonte e quasi sospese a mezz'aria, le vele color ruggine delle paranze e dei bragozzi. Vennero da ultimo verso la nostra tenda, Fadigati facendosi precedere da mio padre di circa un metro, e col volto atteggiato a una strana espressione, tra implorante, disgustata, e colpevole. Saranno state le undici, Deliliers non era ancora apparso. Mentre mi alzavo per andar loro incontro, notai che il dottore lanciava verso la linea dei capanni, di dove da un momento all'altro sperava, o temeva, di veder spuntare l'amico, una rapida occhiata piena di inquietudine. 25. 9 Baciò la mano di mia madre. «Lei conosce l'avvocato Lavezzoli, non è vero? », disse subito mio padre, ad alta voce. Fadigati ebbe un attimo di esitazione. Guardò mio padre, accennando di sì col capo; quindi, sulle spine, si volse verso la tenda dei Lavezzoli. L'avvocato appariva più che mai assorbito dalla lettura diAntonio Adverse. I tre «figlioli», sdraiati bocconi sulla sabbia a due passi di distanza, in circolo attorno a un asciugamano di spugna azzurro, prendevano il sole sulla schiena, immobili come lucertole. La signora stava ricamando una tovaglia che le ricadeva in lunghe pieghe dalle ginocchia. Sembrava una Madonna rinascimentale sul suo trono di nuvole. Famoso per il suo candore, mio padre non si rendeva conto delle cosiddette «situazioni» prima di trovarcisi immerso fino al collo. «Avvocato», gridò, «guardi qui chi c'è! » Anticipando la risposta del marito, la signora Lavezzoli fu pronta a intervenire. Alzò di scatto gli occhi dalla tovaglia, e, d'impeto, tese il dorso della mano a Fadigati. «Ma sì… ma sì…», gorgheggiò. Fadigati avanzò avvilito nel sole, e al solito un po' barcollava per via delle scarpe e della rena. Raggiunta comunque la tenda dei Lavezzoli, baciò la mano della signora, strinse quella dell'avvocato che nel frattempo si era alzato in piedi, strinse ad una ad una quelle dei tre ragazzi. Infine ritornò verso la nostra tenda, dove mio padre gli aveva già preparato una chaise longue di fianco a quella della mamma. Sembrava molto più sereno di poc'anzi: sollevato come uno studente dopo un esame difficile. Non appena si fu seduto esalò un sospiro di soddisfazione. «Però che bello, qui», disse, «che bella ventilazione! » Si girò di tre quarti per parlarmi. «Ricorda a Bologna, il mese scorso, che razza di caldo faceva? » Spiegò quindi a mio padre e a mia madre, ai quali non avevo mai raccontato dei nostri periodici incontri sull'accelerato mattutino delle sei e cinquanta, come negli ultimi tre mesi ci fossimo fatti «ottima compagnia». Si esprimeva con disinvoltura mondana. Non gli pareva vero, lo si capiva benissimo, di ritrovarsi lì, con noi, perfino coi temuti Lavezzoli, restituito d'un tratto al suo ambiente, riaccettato dalla società di persone colte e beneducate a cui aveva sempre appartenuto. «Aah! », faceva di continuo, allargando il petto ad accogliere la brezza marina. Era chiaro che si sentiva felice, libero, e insieme penetrato di gratitudine nei confronti di tutti coloro che gli permettevano di sentirsi così. Frattanto mio padre aveva riportato il discorso sull'afa incredibile dell'agosto ferrarese. «La notte non si dormiva», diceva, contraendo il viso in una smorfia di sofferenza: come se gli bastasse il ricordo del caldo cittadino per provarne ancora tutta l'oppressione. «Mi creda, dottore, non si riusciva a chiudere occhio. C'è chi fa cominciare l'Evo moderno dall'anno in cui è stato inventato il Flit. Non discuto. Ma il Flit vuole anche dire finestre tutte chiuse. E le finestre chiuse significano lenzuola che ti si attaccano alla pelle per il sudore. Non scherzo. Fino a ieri vedevo avvicinarsi la notte terrorizzato. Maledette zanzare! » «Qui è diverso», disse Fadigati con slancio entusiastico. «Anche nelle notti più calde qui c'è sempre modo di respirare. » 26. E cominciò a diffondersi sui «vantaggi» della costa adriatica in confronto alle altre coste del resto d'Italia. Era veneziano - ammise -, aveva trascorso l'infanzia e l'adolescenza al Lido, e quindi il suo giudizio peccava forse di parzialità. Però l'Adriatico a lui sembrava di gran lunga più riposante del Tirreno. La signora Lavezzoli stava con le orecchie tese. Dissimulando l'intenzione maligna dietro un finto orgoglio municipale, assunse impetuosamente le difese del Tirreno. Dichiarò che se si fosse trovata nelle condizioni di poter scegliere fra una villeggiatura a Riccione e una a Viareggio, non avrebbe esitato nemmeno un momento. «Guardi certe sere», aggiunse. «A passare davanti al Caffè Zanarini, si ha spesso la sensazione di non essersi spostati da Ferrara di un solo chilometro. Almeno l'estate uno desidererebbe, siamo sinceri, vedere altre facce, diverse una buona volta da quelle che gli vengono offerte tutto il resto dell'anno. Sembra di camminare per la Giovecca, oppure per corso Roma, sotto i portici del Caffè della Borsa. Non trova? » A disagio, Fadigati si mosse sullachaise longue. Di nuovo gli occhi gli sfuggirono verso i capanni. Ma di Deliliers ancora niente. «Può darsi, può darsi», rispose con un sorriso nervoso, tornando a portare gli sguardi sul mare. Come ogni mattina fra le undici e mezzogiorno, l'acqua aveva cambiato colore. Non era già più la massa scialba, oleosa, di mezz'ora avanti. Il vento teso che proveniva dal largo, il sole pressoché a picco, l'avevano trasformata in una distesa azzurra, sparsa di innumerevoli scintille d'oro. La spiaggia cominciava a essere attraversata di corsa dai primi bagnanti. E anche i tre ragazzi Lavezzoli, dopo aver chiesto permesso alla madre, si diressero verso il loro capanno per cambiarsi di costume. «Può darsi», ripeté Fadigati. «Ma dove li trova, cara signora, pomeriggi come quelli che il sole ci prepara da queste parti, quando si avvia a calare dietro l'azzurra visïon di San Marino? » Aveva declamato il verso del Pascoli con voce cantante, leggermente nasale, spiccando ogni sillaba e facendo risaltare la dieresi di «visïon». Seguì un silenzio imbarazzato; ma già il dottore ricominciava a discorrere. «Mi rendo conto», continuò, «che i tramonti della Riviera di Levante sono magnifici. Tuttavia bisogna sempre pagarli a caro prezzo: al prezzo, voglio dire, di pomeriggi infuocati, col mare trasformato in una specie di specchio ustorio, e con la gente costretta a starsene tappata in casa, o, al massimo, a rifugiarsi nelle pinete. Avrà invece notato il colore dell'Adriatico dopo le due o le tre. Più che azzurro, diventa nero: insomma non se ne resta abbacinati. La superficie dell'acqua assorbe i raggi del sole, non li riflette. O meglio li riflette, sì, ma in direzione della… Jugoslavia! Io, per me», concluse, affatto smemorato, «non vedo l'ora di aver mangiato per tornare subito sulla spiaggia. Le due del pomeriggio. Non c'è momento più bello per godersi in santa pace il nostro divino Amarissimo! » «Immagino che ci verrà in compagnia di quel suo… quel suo amico inseparabile», disse acida la signora Lavezzoli. Richiamato così sgarbatamente alla realtà, Fadigati tacque, confuso. Quand'ecco, un improvviso assembrarsi di persone a qualche centinaio di metri di distanza, dalla parte di Rimini, attirò l'attenzione di mio padre. «Che cosa succede? », chiese, portandosi una mano alla fronte per veder meglio. Attraverso il vento giunsero grida di evviva miste a battimani. 27. «È il Duce che scende in acqua», spiegò la signora Lavezzoli, compunta. Mio padre storse la bocca. «Possibile che non ci si salvi nemmeno al mare? », si lamentò fra i denti. Romantico, patriota, politicamente ingenuo e inesperto come tanti altri ebrei italiani della sua generazione, anche mio padre, tornando dal fronte nel '19, aveva preso la tessera del Fascio. Era stato dunque fascista fin dalla «prima ora», e tale in fondo era rimasto nonostante la sua mitezza e onestà. Ma da quando Mussolini, dopo le baruffe dei primi tempi, aveva cominciato a intendersela con Hitler, era diventato inquieto. Non faceva che pensare a un possibile scoppio di antisemitismo anche in Italia; e ogni tanto, pur soffrendone, si lasciava sfuggire qualche amara parola contro il Regime. «È così semplice, così umano», proseguì senza badargli la signora Lavezzoli. «Da bravo marito, ogni sabato mattina prende la macchina, e via, è capace di far tutta una tirata da Roma fino a Riccione. » «Davvero bravo», sogghignò mio padre. «Chissà come sarà contenta Donna Rachele! » Guardava l'avvocato Lavezzoli con intenzione, in cerca del suo consenso. Non era senza tessera, l'avvocato Lavezzoli? Non era stato firmatario nel '24 del famoso manifesto Croce, e almeno per qualche anno, almeno fino al '30, tenuto in conto di «demoliberale» e disfattista? Tutto però fu vano. Sebbene distolti finalmente dalle fitte pagine di Antonio Adverse, gli occhi dell'avvocato si mantennero insensibili al muto richiamo di quelli di mio padre. Allungando il collo, socchiudendo le palpebre, l'illustre avv. prof. scrutava ostinato in direzione del mare. I «figlioli» avevano preso a nolo un moscone, e stavano spingendosi troppo al largo. «L'altro sabato», diceva intanto la signora Lavezzoli, «io e Filippo si rincasava a braccetto per viale dei Mille. Erano le sette e mezzo, o giù di lì. D'un tratto, dal cancello d'una villa, chi ti vedo uscire? Il Duce in persona, vestito di bianco da capo a piedi. Io feci: "Buona sera, Eccellenza". E lui, gentilissimo, togliendosi il cappello: "Buona sera, signora". Non è vero, Pippo», soggiunse, girata verso il marito, «non è vero che fu gentilissimo? » L'avvocato annuì. «Forse dovremmo avere la modestia di riconoscere di aver sbagliato», disse gravemente, rivolto a mio padre. «L'Uomo, non dimentichiamolo, ci ha dato l'Impero. » Come se fossero state incise sopra un nastro magnetico, ritrovo nella memoria ad una ad una tutte le parole di quella lontana mattina. Dopo aver pronunciato la sua sentenza (a udirla, mio padre aveva sgranato tanto d'occhi), l'avvocato Lavezzoli era tornato alla lettura. Ma la signora non aveva ormai più ritegno. Spronata dalla frase del coniuge, e in particolare da quella parola, «Impero», che magari non aveva mai colto prima d'allora dalle austere labbra di lui, insisteva a non finire sul «buon cuore» del Duce, sul suo generoso sangue romagnolo. «A questo proposito», disse, «voglio raccontarvi un episodio di cui sono stata testimone io stessa tre anni fa, proprio qui, a Riccione. Una mattina il Duce stava facendo il bagno coi due ragazzi maggiori, Vittorio e Bruno. Verso l'una viene su dall'acqua, e cosa ti trova, ad attenderlo? Un dispaccio telegrafico arrivato un attimo prima, che gli comunica la notizia dell'assassinio del cancelliere austriaco Dollfuss. Quell'anno la nostra tenda era a due passi dalla tenda dei Mussolini: dunque quello che dico è la pura verità. Non appena ebbe letto il telegramma il Duce uscì in una gran bestemmia in dialetto (eh, si capisce, il temperamento è il temperamento! ). Ma poi si mise a piangere, gliele ho vedute io le lacrime che gli rigavano le gote. 28. Erano grandi amici, i Mussolini, dei Dollfuss. Anzi: la signora Dollfuss, una signora piccina, magra, modesta, tanto carina, appunto quell'estate era ospite loro, nella loro villa, insieme coi bambini. E lui piangeva, il Duce, certo pensando a ciò che di lì a qualche minuto, rientrato a casa per il desinare, avrebbe per forza dovuto dire a quella sventurata madre…» Fadigati si alzò in piedi di scatto. Umiliato dalla frase velenosa della signora Lavezzoli, da quel momento in poi non aveva più aperto bocca. Sopra pensiero, non faceva che mordersi le labbra. Perché mai Deliliers tardava talmente? Che cosa gli era accaduto? «Con permesso», balbettò impacciato. «Ma è presto! », protestò la signora Lavezzoli. «Non aspetta il suo amico? Mancano ancora venti minuti al tocco! » Fadigati borbottò qualcosa di incomprensibile. Strinse in giro tutte le mani, quindi si allontanò, arrancando, in direzione dell'ombrellone. Raggiunto che ebbe l'ombrellone, si chinò a raccogliere il libro giallo e l'asciugamano di spugna. Dopodiché lo vedemmo attraversare di nuovo la spiaggia sotto il sole dell'una, ma questa volta diretto verso l'albergo. Camminava a fatica, tenendo il libro giallo sotto il braccio e l'asciugamano sulla spalla, il volto disfatto dal sudore e dall'ansia. Tanto che mio padre, il quale era stato messo subito al corrente di ogni cosa, e lo seguiva con occhio impietosito, mormorò sottovoce: «Puvràz. » 29. 10 Subito dopo mangiato tornai da solo sulla spiaggia. Mi sedetti sotto la tenda. Il mare era già diventato blu scuro. Quel giorno, però, cominciando da pochi metri dalla riva fino a perdita d'occhio, le cime di ogni onda inalberavano ciascuna un pennacchio più candido della neve. Il vento soffiava sempre dal largo, ma adesso un poco di traverso. Se alzavo il binocolo militare di mio padre in modo da inquadrare lo sperone della Punta di Pesaro che chiudeva l'arco della baia alla mia destra, lo vedevo piegare lassù in alto i tronchi dei pini, scompigliarne selvaggiamente le chiome. Sospinti dal cosiddetto vento greco del pomeriggio, i lunghi cavalloni venivano avanti a ranghi serrati e successivi. Prima che cominciassero a ridurre l'altezza dei loro cimieri di schiuma sino a farli sparire quasi del tutto negli ultimi metri, pareva che si precipitassero all'assalto della terraferma. Sdraiato sullachaise longue, sentivo il sordo urto delle ondate contro la riva. Il deserto del mare, da cui erano scomparse anche le vele dei pescherecci (l'indomani mattina, che era domenica, le avrebbe viste schierate in maggioranza lungo le banchine dei porti-canale di Rimini e di Cesenatico), rispondeva al deserto altrettanto completo della spiaggia. Sotto una tenda non lontana dalla nostra qualcuno faceva andare un grammofono. Non potrei dire che musica fosse: forse jazz. Per più di tre ore rimasi così, con gli occhi fissi a un vecchio pescatore di telline che veniva sarchiando il fondo del mare lì davanti, a pochissima distanza dall'asciutto, e con quella musica negli orecchi, non meno triste e instancabile. Quando mi levai su, poco dopo le cinque, il vecchio continuava ancora a cercare le sue telline, il grammofono a suonare. Il sole aveva allungato di molto le ombre delle tende e degli ombrelloni. Quella dell'ombrellone di Fadigati toccava ormai quasi l'acqua. Dalla parte del mare, la rotonda dinanzi al Grand Hôtel confinava direttamente con le dune. Non appena vi misi piede, notai subito Fadigati seduto su una delle panchine di cemento di fronte alla scalinata esterna dell'albergo. Anche lui mi vide. «Buon giorno», dissi, avvicinandomi. Accennò alla panchina. «Perché non siede? Sieda un momento. » Obbedii. Portò la mano al taschino interno della giacca, ne trasse un pacchetto di Nazionali, e me lo offrì. Nel pacchetto non erano rimaste che due sigarette. Si accorse che esitavo ad accettare. «Sono Nazionali! », esclamò con un lampo di strano fanatismo negli occhi. Comprese infine la ragione della mia incertezza, e sorrise. «Oh, prenda, prenda pure! Da buoni amici: una per lei, e una per me. » Fischiando sull'asfalto della curva, una macchina irruppe nel piazzale. Fadigati si volse a guardarla, ma senza speranza. Infatti non era l'Alfa. Si trattava di una Fiat 1500, una berlina grigia. «Credo che dovrò andare», dissi. Tuttavia presi una delle due sigarette. Notò i miei zoccoli. «Vedo che viene dalla spiaggia. Chissà che bel mare, oggi! » «Sì, ma non per fare per il bagno. » 30. «Non le venga mai in mente di tuffarsi prima di una data ora, mi raccomando! », esclamò. «Lei è un ragazzo, avrà un cuore senza dubbio eccellente, fortunato lei, ma la congestione fulmina, tac, stronca anche i più robusti. » Mi tese il fiammifero acceso. «E adesso ha qualche appuntamento? » Gli risposi che ero atteso per le sei dai ragazzi Lavezzoli. Avevamo fissato per quell'ora il campo di tennis dietro il Caffè Zanarini. Era vero che mancava ancora una ventina di minuti alle sei, ma dovevo passare da casa, cambiarmi, prendere la racchetta e le palle. Temevo insomma di non arrivare puntuale. «E speriamo che Fanny non si metta in testa di venire anche lei! », aggiunsi. «La mamma non la lascerebbe andare prima di averle rifatto le trecce, col risultato che io perderei altri dieci minuti buoni. » Mentre parlavo, lo vidi impegnato in una curiosa manovra. Staccò dalle labbra la Nazionale, per poi accenderla dal capo opposto, quello della marca. Quindi buttò via il pacchetto vuoto. Soltanto a questo punto mi accorsi che il terreno dinanzi a noi era cosparso di mozziconi di sigarette, più di una dozzina. «Ha visto come fumo? », disse. «Già. » Una domanda mi bruciava: «E Deliliers? ». Ma non ne fui capace. Mi alzai in piedi e gli tesi la mano. «Prima non fumava affatto, se non sbaglio. » «Cerco anche io di dare il mio modesto contributo alla diffusione del… mal di gola», ridacchiò miserabilmente. «Ho pensato che mi conveniva. » Mi allontanai di qualche passo. «Ha detto il campo di tennis vicino alZanarini, no? », mi gridò dietro. «Chissà che più tardi non venga ad ammirarvi. » Come risultò di lì a poco, a Deliliers non era successo nulla di grave. Questo, in sostanza: che invece di fare il bagno a Riccione, di punto in bianco gli era venuta voglia di farlo a Rimini, dove, all'altezza dell'Hôtel Vittoria, conosceva certe sorelle di Parma. Aveva preso la macchina e via, era sparito senza nemmeno curarsi di lasciare due righe per il compagno di camera. Era tornato circa alle otto - raccontò la signora Lavezzoli che, insieme col marito, si trovava per caso nell'atrio del Grand Hôtel a bere un aperitivo -. Improvvisamente avevano veduto «quel Deliliers» attraversare l'atrio a gran passi, nero in faccia, e con Fadigati quasi in lacrime alle calcagna. Fu Deliliers ad avvicinarmi quella sera stessa sulla terrazza del Grand Hôtel. Ci ero venuto coi miei genitori e coi soliti Lavezzoli, avvocato e consorte. Tuttora stanco del tennis, non mi andava di ballare. Ascoltavo in silenzio la signora Lavezzoli, la quale, sebbene certo non ignorasse quanto la cosa potesse ferirci, si era messa a discorrere con pretese di «obbiettività» della Germania hitleriana, sostenendo che bisognava finalmente decidersi a riconoscerne «l'innegabile grandezza». «Badi però, signora, che il suo Dollfuss pare che l'abbia liquidato proprio Hitler», dissi con un sogghigno. 31. Si strinse nelle spalle. «Che cosa significa! », sbuffò. Assunse l'espressione compiaciuta e longanime della maestra di scuola disposta a giustificare nel primo della classe qualsiasi marachella. «Sono purtroppo le esigenze della politica», continuò. «Lasciamo stare le simpatie o antipatie personali. Fatto si è che in determinate circostanze un Capo di Stato, uno Statista davvero degno di questo nome, per il bene e il vantaggio del proprio Popolo deve anche sapere passar sopra alle delicatezze della gente comune… della piccola gente come noi. » Ed ebbe un sorriso pieno d'orgoglio, in netto contrasto con queste ultime parole. Sconvolto, mio padre aprì la bocca per dire qualcosa. Ma come al solito la signora Lavezzoli non gliene dette il tempo. Con l'aria di cambiare discorso, e rivolgendosi direttamente a lui, era già passata a esporre il contenuto di un «interessante» articolo apparso nell'ultimo numero della «Civiltà Cattolica», a firma del celebre Padre Gemelli. Tema dell'articolo era la «vecchissima e vessatissima question juive». Secondo il Padre Gemelli - riferiva la signora -, le ricorrenti persecuzioni, di cui gli «israeliti» venivano fatti oggetto in ogni parte del mondo da quasi duemila anni, non potevano esser spiegate altro che come segni dell'ira celeste. E l'articolo si chiudeva con la seguente domanda: è lecito al cristiano, anche se il suo cuore repugna, si capisce, da ogni idea di violenza, avanzare un giudizio su eventi storici attraverso i quali manifestamente si esprima la volontà di Dio? A questo punto mi tirai su dalla poltroncina di vimini, e senza tanti complimenti mi eclissai. Stavo dunque con la schiena appoggiata allo stipite della grande vetrata che separava il salone da pranzo dalla terrazza, e l'orchestra aveva attaccato, se non sbaglio, Blue Moon. Ma tuu… pallida luna, perchèe… sei tanto triste, cos'èe… cantava l'abituale voce melensa. Ad un tratto sentii due dita toccarmi duramente una spalla. «Ciao», fece Deliliers. Era la prima volta, a Riccione, che mi rivolgeva la parola. «Ciao», risposi. «Come va? » «Oggi un po' meglio», disse ammiccando. «E tu cosa fai? » «Leggo… studio…», mentii. «Ho due esami da dare a ottobre. » «Eh già! », sospirò Deliliers, grattandosi pensierosamente col mignolo fra i capelli lucidi di brillantina. Ma non gliene importava niente. Di colpo il suo volto mutò espressione. A bassa voce, con l'aria di mettermi a parte di un segreto importante, e guardandosi ogni tanto alle spalle come se temesse di venir sorpreso, mi raccontò in poche battute del bagno fatto a Rimini e delle due ragazze di Parma. «Perché non ci vieni anche tu, domattina, in macchina? Io ci torno. Vieni, dài, aiutami! Non posso mica andare con due ragazze in una volta. E piantala di studiare! » Fadigati apparve in fondo al salone, in smoking. Strizzando gli occhi miopi dietro le lenti, si guardava attorno. Dov'era la giacchetta bianca di Deliliers? Creata apposta per Blue Moon, la penombra tipo luna gli impediva di distiguere bene. «Mah», dissi, «non so se potrò. » «Ti aspetto in albergo. » 32. «Cercherò di venire. A che ora partiamo? » «Alle nove e mezzo. D'accordo? » «Sì, ma senza impegno. » Accennai col mento a Fadigati. «Ti vogliono. » «Allora intesi, eh? », fece Deliliers, girando sui tacchi e dirigendosi verso l'amico intento a pulire febbrilmente gli occhiali col fazzoletto. E di lì a qualche secondo il rombo inconfondibile dell'Alfa Romeo si levò dal piazzale sottostante ad avvertire tutto l'albergo che i due «sposini», forse per festeggiare nel modo più degno l'avvenuta riconciliazione, avevano deciso di concedersi una serata eccezionale.

Watch,Gli,occhiali,d'oro,Online,Vshare…. Gli occhiali d'oro Download torrent download. Gli occhiali d'oro download torrent sites. Gli occhiali d'oro download torrent pdf. Warning! You should use a VPN! Personal data disclosing your real identity: your IP address, is exposed, which points directly to your location in GB. You are browsing with (), monitor resolution px, -cores CPU. Your Internet Provider can see when you download torrents! Download Torrents with a VPN. BTDB strongly recommend to anomymize your torrenting. Get TrustVPN with 75% OFF Try it for free! Gli occhiali d'oro download torrent 2016. Gli occhiali d'oro Download torrentfreak.


Gli occhiali d'oro Download torrente.
Gli occhiali d'oro Download torrent sites.
Gli occhiali d'oro download torrent software.
Gli occhiali d'oro Download torrent search.

 

Gli occhiali d'oro download torrent windows 7. Gli occhiali d'oro download torrent 2017. Description Plot: In this tragic romance set in Ferrara, Italy in 1938, and at a nearby seaside resort, a wealthy Jewish boy is thwarted in marrying the girl he loves when Mussolini's race laws (enacted to cement the regime's growing alliance with Germany) take effect. Rather than suffer as a Jewess, his intended converts to Catholicism and marries a young fascist. Meanwhile, the town doctor, who is a homosexual, becomes increasingly outcast when he openly falls in love with a boxer. The boxer at first is the man's lover, but when he decides to beat and rob the doctor, no one comes to his aid, and later he commits suicide. This movie is part of a trilogy about prewar Ferrara by director Giuliano Montaldo Genres: Drama Original Title: Gli Occhiali D'Oro Spoken Language(s): Italiano Rating: 7. 7 Vote Count: 3 Status: Released Release Date: September 25, 1987 Primary Year: 1987 IMDB Link: tt0093453 Runtime: 110min | 1h 50min Production Countries: France, Italy, Yugoslavia Production Companies: Paradis Films, Reteitalia, Avala Film, L. P. Film, France 3 (FR 3) Translations: English – US Italian – IT German – DE French – FR No trailers available for this title. Product Availability Please note that a product being listed on our website does not necessarily mean it is in stock and readily available for order. Our catalog is built as a reference for our customers, while we do our best to sync our in-stock items on our website. The items that are not released yet, or not out on DVD / Blu-ray are indeed unavailable, and that is what we would tell our customers if the requests ever come in. Our aim is to build a comprehensive listing of movies and TV shows available to date. Since, we do not take payments online at this time, there is 0% risk in placing order for movies you like on our website. Our representative will get in touch with the customer with the availability of the items when an order is placed. Notice and Takedown policy As a professional and reputable online store, DVD Planet Store is fully committed to the twin issues of copyright and trademarks. Please read our notice and takedown policy by clicking here. Best Effort Policy Should an item be unavailable, we would inform you if it was possible to provide an on-Demand DVD-R version of the requested item, but we offer no guarantees. Many DVD stores now offer MOD service, and so do we to keep a competitive edge. We would not make any profit out of such sale. The price of the items would only cover the operational / raw material / shipping costs; and would be sold for personal use only. Processing Our processing time is 1-2 days for in-stock items for domestic orders. For MOD requests, processing time could be up to 1 week on average. We do our best to fulfill orders as quickly as we can. Please contact us for any inquiries.

Gli occhiali d'oro download torrent hd. Gli occhiali d'oro download torrent full.

  1. Publisher: Cola Di Rienxo